Esplode la protesta, ma i conti non consentono “mancette”

Nel delicato autunno in cui si deve mettere mano alla legge di bilancio, il governo si trova di fronte ad una congiuntura particolarmente difficile. Già si sapeva che i conti dello Stato non avrebbero consentito le più o meno tradizionali “mancette” che si dispensano in questi casi: abbastanza a vantaggio dei partiti di governo, ma poi qualcosa anche per le opposizioni. Siamo in fase ormai di piena campagna elettorale e questo genere di interventi sono considerati necessari, soprattutto quando i sondaggi danno una certa parità fra le coalizioni contrapposte, e mostrano anche non poche differenze fra i partiti che aderiscono all’una o all’altra coalizione.

Ci sono pochi soldi, tecnicamente poche flessibilità di bilancio, per cui come si dice con un’espressione romanesca, non c’è trippa per gatti. Ma il problema si è complicato per l’esplodere di proteste sociali impreviste e poi di disordini che sebbene non abbiano di loro solo radici politiche preoccupano giustamente le popolazioni che li sopportano.

Da un lato c’è la protesta degli autotrasportatori al Sud che sono per lo più una enclave orientata a destra.

Lamentano l’insostenibilità dell’aumento del costo del carburante diesel, ma intanto stanno rendendo la situazione difficile in quelle regioni, dove pare si inizi a soffrire un mancato rifornimento di merci su quei mercati (e questo colpisce i consumatori) mentre al tempo stesso azzoppa pesantemente il trasporto per la commercializzazione dell’agroalimentare (e questo tocca il reddito degli agricoltori e delle filiere connesse).

L’obiettivo dei manifestanti è costringere il governo ad intervenire sul mercato dei carburanti, ma è una misura doppiamente problematica: da un lato perché il costo di un’operazione del genere è difficilmente sostenibile senza intaccare la tenuta del bilancio statale, dall’altro perché aiutare in maniera massiccia una categoria (gli autotrasportatori) significa legittimare tutte le altre categorie colpite dalla congiuntura, e non sono poche, a chiedere altrettanto. Naturalmente in fase di scontro elettorale in cui non solo le opposizioni, ma anche i singoli partiti della coalizione di governo cercano di allargare i propri consensi, per il governo agire è veramente complicato.

A questa situazione si sta sommando la protesta giovanile. Dopo aver molto parlato dell’importanza della scuola e delle sue difficoltà, c’era da aspettarsi che una parte più politicizzata degli studenti riprendesse a chiedere conto del contesto in cui si trovano. È stato sottovalutato il fenomeno che era stato ricorrente e di routine negli anni scorsi: un po’ di occupazione di scuole anche nell’indifferenza di una parte tutt’altro che piccola degli studenti che prendono tutto per una vacanza, un po’ di cortei, qualche limitata scaramuccia con le autorità, ma dopo qualche tempo tutto tornava più o meno alla normalità di una situazione che mutava molto poco.
Questa volta è arrivato un fenomeno nuovo: non solo lo scatenarsi di una violenza di massa, ma la pratica su larga scala dei saccheggi di negozi. La violenza era già stata pratica da frange abbastanza circoscritte dell’estremismo politico, che avevano fatto anche danneggiamenti, ma quasi mai saccheggi pianificati di beni. Adesso si è assistito ad un movimento di massa per lo più di minorenni che si sono dati al saccheggio ed hanno praticato distruzioni finalizzate più che altro a quello, in più lanciando parole d’ordine più teppistiche che politiche, come la rivendicazione del “comandiamo noi e facciamo quel che vogliamo”.

Il fenomeno è inquietante, tanto che lo stesso presidente Mattarella ha voluto accendere un faro di attenzione su di esso. Certo gioca un fattore imitativo di quel che si vede fatto altrove, come in Francia, e va anche considerato che sino ad ora coinvolge alcune grandi conurbazioni, mentre nel resto del Paese non ci sono segnali che le nuove forme di agitazione attecchiscano, ma le forze politiche non possono sottovalutare quanto sta accadendo.

Ovviamente non lo può fare il governo che però, va ammesso, non ha in questa prima fase altra arma che usare gli strumenti repressivi. Sarebbe più sensato lo facesse con quelli che, volendo, sono già disponibili, ma l’allarme sociale per i fatti delittuosi e la scarsa fiducia nella tenuta del sistema lo spinge invece a percorrere la strada che rischia di essere quella delle “grida” di manzoniana memoria: immaginare e proporre interventi e pene molto forti, anche se poi non si sa quanto saranno efficaci in un tessuto socioculturale sfrangiato come è quello attuale.

Le opposizioni certo non collaborano strette nel solito dilemma tra condannare le derive delinquenziali e al tempo stesso di evitare che con questo si blocchino le proteste sociali che si pensa possano riportarle al potere.

Viviamo un momento più che difficile.

vitaTrentina

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