Riforma elettorale: le preferenze incideranno in misura minima sul potere dei partiti

Siamo arrivati al dunque con il dibattito sulla riforma elettorale elaborata dal destra-centro. Dopo un confronto infinito su una serie di questioni discutibili, ma in sé non tutte infondate a priori, si è giunti al nodo di dare un po’ di potere decisionale agli elettori introducendo le preferenze. E qui è davvero cascato l’asino, perché volendo tutelare ad ogni costo il potere di decisione esclusiva dei gruppi dirigenti dei partiti si è elaborata una furbata che, francamente, appare agli occhi dei cittadini una buffonata.

Le preferenze l’elettore le potrà esprimere apparentemente con una certa abbondanza: fino a tre su liste di massimo 6 candidati per collegio. In realtà, tutto fumo e niente arrosto. I capilista sono bloccati, cioè se il partito che li propone ha i voti vengono eletti a prescindere da quante eventuali preferenze raccolgano gli altri. Si dirà: ma comunque un certo spazio sembra esserci.

Appunto: sembra ma non c’è, per una serie di ragioni. La prima è che i candidati, e dunque anche i capilista si possono presentare in più collegi, fino a cinque. Significa che questi soggetti, ovviamente scelti fra i prediletti delle segreterie, quando risulteranno eletti in più sedi dovranno optare per una il che renderà automaticamente il secondo in lista nei collegi non optati dal vincitore un capolista bloccato.

Le simulazioni degli esiti elettorali condotte in base a questa normativa ci dicono che solo partiti che raccolgono almeno il 20% dei suffragi totali del collegio hanno spazio perché le preferenze dei loro elettori possano portare in parlamento candidati che non sono in lista al primo o al secondo posto. In pratica significa che in termini generali questo riguarda solo FdI e il PD. I partiti che si collocano più meno entro la soglia del 10% buona grazia se vedranno eletto il capolista bloccato e per gli elettori di questi partiti non ci sarà alcun diritto a far valere le loro preferenze.

Come si vede le preferenze così come sono ipotizzate non incideranno che in misura molto minima sul potere dei vertici dei partiti di determinarsi a tavolino la configurazione del rispettivo gruppo parlamentare. Lo spazio di successo per candidati non preventivamente posti nelle prime posizioni delle liste è quasi nullo fuori dei due partiti maggiori, ma questo non eviterà che per ragioni di affermazione personale anche i candidati “sicuri” investano risorse per poter vantare un significativo seguito personale. E questo vuol dire aprire battaglie entro cui può infilarsi di tutto, specialmente messaggi in bottiglia di lobby e corporazioni verso i gruppi dirigenti in vista della gestione della presenza parlamentare.

Peraltro potrebbe non essere finita qui.

Gli elettori dovranno contestualmente approvare le liste previste per il premio di maggioranza. Dovrebbe trattarsi di un listino di 3 o 4 nomi per collegio predisposto dalla coalizione che concorre per guadagnarsi, sommandole, i 70 deputati e 35 senatori in più nel caso risulti prima col 42% o più dei voti a livello nazionale. Quel listino non è oggetto di preferenze: i nomi sono quelli definiti dalle coalizioni, cioè dai “caminetti” dei partiti che la formano in un negoziato che non ci vuol molto ad immaginare aspro e molto condizionato dalla volontà dei gruppi dirigenti di avere in parlamento i propri pasdaran. Siccome chi è candidato in quei listini può concorrere anche in uno o più collegi, ecco un ulteriore meccanismo per scardinare gli ordini di presentazione nelle liste ordinarie di collegio, limitando ancora una volta il pochissimo potere di incidere affidato alle preferenze.

Con un marchingegno così scopertamente a favore del potere di scegliere la rappresentanza parlamentare nelle mani dei soli partiti, anzi dei loro vertici, come si pensa che si riattiverà la voglia di partecipazione dell’elettorato? Tanto più che i partiti non sono da tempo organismi partecipati da una “base”, ma sono associazioni di mutuo soccorso fra professionisti della politica o aspiranti tali. Ma martedì sera in fase di votazione a scrutinio segreto l’emendamento sul meccanismo delle preferenze è stato bocciato, nonostante il parere favorevole del governo.

Una trentina i franchi tiratori del centrodestra con tutta evidenza ha mandato due messaggi a Meloni. Il primo è che non si illuda di poter condurre da sola la nuova fase politica. Il secondo è che la legge elettorale deve lasciar spazio ad alcuni lobbismi presenti nella coalizione di destra-centro. Le furbate per far passare una legge che aprisse finti spazi per scelte al di sopra dei gruppi dirigenti dei partiti non sono servite a bloccare i malumori presenti nella maggioranza. Adesso si parla di ipotesi di elezioni anticipate che in realtà non conviene a nessuno si tengano prima della prossima primavera. Intanto il Paese rischia di vedere crescere l’ingovernabilità per l’ostinazione dei partiti, di maggioranza come di opposizione, di voler chiudere la partita con un duello fra loro. Alla faccia delle necessità profonde a cui la gente chiede si trovino risposte convincenti senza inutili bandierine di fazione.

vitaTrentina

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