Quasi ipnotizzati dalla legge elettorale

La politica italiana sembra ipnotizzata dall’attesa di come finirà con la legge di riforma elettorale. Se si parla d’altro lo si fa per slogan e frasi fatte, giusto per tenere vivi gli umori delle rispettive platee. Del vero grande tema che affaticherà poi quest’autunno, che è quello della legge di bilancio, per ora non si sente parlare se non in ristrette cerchie di addetti ai lavori. Eppure sarà sulla quadratura dei conti pubblici che sarà misurata la credibilità della classe politica, tanto di governo come di opposizione.

Il quadro della finanza pubblica non è disastroso, ma neppure brillante e siamo ancora alle prese col problema di ridurre il deficit al 3%, obiettivo mancato quest’anno per uno 0,1%. Se cogliessimo questo obiettivo usciremmo dalla procedura europea di infrazione
con un vantaggio non piccolo in termini di credibilità e di migliore accesso al mercato dei prestiti internazionali. Ma sarà necessaria una certa austerità, cosa difficile da mantenere in un anno elettorale con un quadro del consenso ai partiti molto mobile e con una opinione pubblica mantenuta sotto pressione costante dai più diversi populismi.

I partiti sono tutti concentrati nell’interpretare un contesto dei consensi che non ha punti fermi. L’aspettativa di un sistema bipolare
stabilizzato attorno a due coalizioni, il destra-centro e il fantasma del campo largo, si è dissolta. Nessuna delle due formazioni è un blocco davvero coeso. Il primo sconta l’assalto sull’estrema destra della formazione di Vannacci, che a stare ai sondaggi continua
a crescere, mentre al suo interno vede due partiti in crisi: la Lega con l’arrivo al capolinea del treno salviniano senza che si colga una diversa leadership per rilanciarla, Forza Italia alle prese con una identità “centrista” sempre più in difficoltà per le pressioni dei Berlusconi che vorrebbero un peso maggiore per quel partito.

Il campo largo non riesce a decollare come coalizione per mancanza di una leadership in grado di far convergere dietro di sé forze molto frammentate e con identità e obiettivi diversi. Non vale solo per la conflittualità fra Conte e Schlein, ma anche per la difficoltà di inserire nel sistema una offerta di centro moderato che non sia un arcipelago di piccole sigle in concorrenza fra loro.

Per paradossale che possa sembrare tutta la classe politica punta ancora una volta su una nuova legge elettorale come marchingegno per creare quello che l’azione dei partiti e dei leader non riescono a produrre: l’obbligo di avere due coalizioni compatte, perché se non stanno insieme non hanno opportunità di vincere la competizione per guadagnare il governo, e quello di dotarsi ciascuna di un candidato premier in modo da personalizzare lo scontro nel Paese.

Chi punta a questo obiettivo, scopertamente dal destra-centro, in maniera per ragioni tattiche più subdola e coperta dal campo largo, vorrebbe di fatto un sistema con un vincitore a cui dare un premio di maggioranza che lo blindi in parlamento. Per questo è necessario che una coalizione raccolga un consenso adeguato (almeno il 42% per non prestarsi ad obiezioni da parte della Consulta), ma se nessuna conseguirà questo obiettivo ecco che sarà necessario un ballottaggio fra le due meglio posizionate. Ma è qui che casca l’asino: un turno finale di ballottaggio di necessità incoronerebbe non una coalizione vincitrice, ma il leader che la guida. Dunque avremmo una figura con una diretta investitura popolare molto forte che i partiti avrebbero poi maggiore difficoltà a condizionare.

Ecco perché una parte della classe politica in fondo non accetta questa prospettiva e preferirebbe un parlamento senza forze dominanti e una designazione del capo del governo rimessa agli equilibri che in esso si potranno costruire. Per ragioni simili nel cosiddetto campo largo vi sono forti opposizioni all’idea di affidarsi per la scelta del leader alle primarie: anche in questo caso chiunque risultasse eletto, ancor più se con un meccanismo a due turni, sarebbe posto dai votanti ai gazebo al di sopra dei giochi dei partiti.

È in questo contesto che la politica italiana rimane appesa per il momento al rebus di come finirà l’iter della riforma elettorale, perché si aspetta che essa costringa a risolvere i dilemmi che affliggono gli attuali partiti in crisi.

vitaTrentina

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