“Come è potuto accadere? Questa la domanda angosciante che percorre mezzo mondo mentre prosegue l’incendio prodottosi in uno dei quattro reattori nucleari della centrale di Chernobil, in Ucraina, e la nube radioattiva minaccia l’Europa occidentale. Non sono ancora chiare, mentre andiamo in macchina, le esatte dimensioni dell’avvenimento. La pessima abitudine sovietica di fornire poche notizie, e sempre in ritardo, e sempre tentando di ridimensionare gli insuccessi del sistema socialista, non consente una ‘fotografia’ realistica dei danni, e delle vite umane (comunque molte) spazzate via dell’esplosione e dal successivo ‘vento nucleare'”. Si leggeva così sulle pagine di Vita Trentina, nel numero del 4 maggio, dopo il disastro di Chernobyl. Il titolo che apriva il giornale era “Nuvole di paura”, mentre l’occhiello recitava “Dopo la furia del maltempo, una nube nucleare minaccia l’Europa”.
“Una cosa è certa – proseguiva l’articolo -: la zona intorno alla centrale è stata evacuata per un raggio di 30 chilometri, la città di Kiev – a 130 km dal sito della centrale – è in stato di allarme, le autorità sovietiche (fatto questo quasi senza precedenti) hanno chiesto aiuto a Svezia e Germania Federale per domare l’incendio”.
Il disastro provocò un dibattito sull’energia nucleare. “Tutti gli esperti, anche quelli più schierati per il ‘nucleare’, ammettono comunque i grossi rischi potenziali di questa forma di produzione dell’energia. Ricordiamo che, dal punto di vista medico, le radiazioni provocano numerose lesioni sul nostro organismo: lesioni a carico del sistema nervoso e delle cellule in rapida moltiplicazione (per esempio quelle che rivestono la superficie interna del tubo gastroenterico). Un’irradiazione totale, concentrata nel tempo o estesa per un certo numero di giorni, provoca la malattia dea raggi, che può essere benigna, grave o mortale, secondo le ‘dosi’ dei raggi. Ma ci sono anche terribili conseguenze tardive, come malattie del feto, tumori, anomalie genetiche”.