Bloccano tutto per sbloccare il loro futuro

Trento, 21 ottobre – Il corteo degli studenti di istituti cittadini

In questi giorni le violenze di Parigi e quelle di Milano hanno tenuto banco e sono diventate il paradigma per colpire una generazione intera di adolescenti (in qualche caso preadolescenti). E il governo italiano ha scelto di rispondere a quelle violenze inasprendo le pene.

Non sto a perder tempo in analisi sull’impostazione ideologica di questo modo di ragionare, che punta sulla repressione come metodo principe per il mantenimento dell’ordine sociale, invocando ogni volta un piccolo aumento di “poteri speciali”, come dimostra la proposta di dare all’esercito poteri di polizia, di sapore vagamente latinoamericano (i più anziani fra i lettori ricorderanno bene il ruolo dell’esercito nell’Argentina di Videla e nel Cile di Pinochet, e ricorderanno bene chi eseguì l’assassinio di Oscar Romero o di Marianela Garcia Vilas). Ma lasciando perdere il giudizio sull’ennesima stretta in termini di ordine pubblico, vorrei sottolineare tre questioni. Che mi sembrano fondamentali.

Primo, la manifestazione del dissenso è, assieme alla tutela delle minoranze, il sale della democrazia ed è garantita dalla Costituzione. Sono le società autoritarie o quelle totalitarie che non sopportano il dissenso e lo reprimono con la forza in nome della tranquillità interna, legittimando anche la violenza delle forze dell’ordine o dell’esercito. Questo principio va sempre tutelato, non solo per non perdere la testa di fronte al dissenso, ma anche per evitare di raccontare ai cittadini che l’unico modo che abbiamo per rispondere al dissenso sia la repressione o il carcere.

Secondo, forza e violenza non sono la stessa cosa. Le proteste contemplano sempre un uso della forza per fare una pressione per il cambiamento. Lo strumento principe nelle democrazie di questa forza è lo sciopero e lo sciopero genera necessariamente disagio e può paralizzare un Paese. A volte può essere difficile stabilire il confine fra l’esercizio della forza e la violenza; ma deve essere chiaro che il rispetto della persona umana, a partire dalla tutela della sua vita fisica, è un limite invalicabile e vale per tutti. Vale per la violenza (non priva di regia politica) di chi si sfoga spaccando tutto, e vale per i responsabili dell’ordine pubblico. Uno sbilanciamento in questo rapporto con la violenza, legittimando politicamente la violenza fai da te dei pistoleri o immaginando che uno Stato di polizia tuteli maggiormente i cittadini, non è democratico.

Terzo, le proteste giovanili non possono essere ridotte alla violenza di una minoranza, anche se consistente, rumorosa e distruttiva, e vanno evitate frettolose semplificazioni. Il malessere rancoroso di questa minoranza, che si esprime in una violenza nichilista, non è necessariamente la punta estrema delle istanze del mondo giovanile, che è fatto di molte anime, anche profondamente diverse. Ma ciò che in questo momento unisce queste anime è riassumibile in uno degli slogan dei ragazzi francesi: «Blocchiamo tutto per sbloccare il nostro futuro».

Questo è il punto: quale futuro? Sulle spalle di queste ragazze e di questi ragazzi gli adulti e i vecchi di oggi hanno caricato un peso insopportabile, prospettando loro un mondo nel quale dovranno affrontare sfide enormi: la guerra, la questione energetica, la crisi climatica, l’ingiustizia sociale, il potere tecnologico, la crisi della democrazia, la debolezza del diritto internazionale. E di fronte al loro legittimo desiderio di vedere un futuro possibile più equo, più nonviolento, più pulito, più rispettoso, la generazione adulta risponde chiedendo ordine e repressione. È il metodo migliore per scavare un fossato intergenerazionale e per abbandonare a se stessa la parte migliore del mondo giovanile, alla quale gli adulti continuano imperterriti a dire che il mondo futuro è loro, mentre distruggono il loro presente. Non ci sto.

Certo, non sopporto la violenza nichilista, che alla fine è funzionale ai poteri forti. Ma se devo scegliere da che parte stare, sto con quei ragazzi e quelle ragazze che provano nonostante tutto a immaginare un futuro diverso e più umano. Con loro mi sento più “a casa” che non con troppi dei miei incattiviti coetanei.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

vitaTrentina