La memoria dell’offesa nei diari del prof. Tullio

Internati militari italiani in un lager, nella foto di copertina del libro di Tullio Calliari

Si celebra domenica 20 settembre la seconda «Giornata degli internati italiani nei campi di concentramento tedeschi durante la Seconda guerra mondiale», istituita dal Parlamento nel 2025, a ottant’anni dalla fine del conflitto. La scelta della data è importante, perché cade nel giorno in cui Adolf Hitler, nel 1943, emanò un provvedimento per trasformare lo status dei militari italiani fatti prigionieri in quello di lavoratori civili, sottraendoli di fatto alle tutele che dovevano essere garantite ai prigionieri di guerra. In realtà, il regime hitleriano non si sentiva particolarmente vincolato al rispetto delle convenzioni, come dimostra il destino riservato ai prigionieri russi e la scelta del genocidio come strumento di guerra. Ma il provvedimento nei confronti dei militari italiani, che vennero trasformati con un colpo di mano in Internati Militari Italiani (IMI), ebbe profondissime conseguenze sul destino personale e collettivo di un numero di prigionieri che si stima fra i 600.000 e quasi il milione di deportati dopo l’8 settembre 1943.

Con quel provvedimento, che svincolava il regime tedesco da ogni tipo di impegno di tutela imposto dalla convenzione di Ginevra del 1929, quei militari, trasferiti nei lager già fin dai primi giorni di settembre, diventarono prigionieri quasi “personali” del Führer: al punto che qualche storico ha usato l’espressione “schiavi di Hitler”.

Per parte sua Mussolini tentò di riportare a casa quei militari mandando in Germania i suoi emissari per offrire loro la “libertà” in cambio dell’arruolamento nelle file della RSI. Ma il suo disegno fallì e fu irrisorio il numero di coloro che accettarono questo patto con il diavolo. Quella degli IMI fu quindi una scelta di vera e propria resistenza al nazifascismo e come tale venne rivendicata, anche se sul piano storiografico la loro storia rimase nascosta e sottovalutata per decenni.

La nuova edizione del testo (vedi pag. 11 ) che raccoglie le lettere e gli scritti dal lager del professor Tullio Calliari, storico docente del Liceo Prati di Trento, voluta dalla Casa della Memoria di Brescia per Liberedizioni è in questo quadro particolarmente importante per tre ragioni.

Prima di tutto perché ci riporta nel cuore dei sentimenti, delle riflessioni, delle speranze, delle vicende che Tullio Calliari visse nei due anni di prigionia. Quegli scritti – gelosamente conservati dal professor Calliari in una scatola di cartone, dove furono ritrovati dai figli Luisa e Fabio dopo la sua morte – sono un paradigma per comprendere la storia delle centinaia di migliaia di militari che vennero abbandonati al loro destino da una catena di comando che divenne evanescente e non si prese la responsabilità di organizzare la resistenza contro l’esercito tedesco presente sul territorio italiano.

In secondo luogo perché pongono ancora una volta il “problema” della memoria in un’Europa nella quale la “memoria dell’offesa” viene calpestata da forze politiche che hanno sdoganato ormai da anni programmi di sapore sempre più neonazista presentati – come da copione goebbelsiano – come scelte di buon senso per tutelare i buoni cittadini.

Infine, perché la storia di Calliari e gli scritti che ha lasciato sono una chiave per comprendere le radici antifasciste delle democrazie europee, che scrissero le proprie costituzioni per dire “mai più” alle Weltanschauungen totalitarie. Forse, in un tempo nel quale in Europa c’è chi è riuscito a riabilitare persino il macellaio dei Balcani, Ratko Mladic, rileggere quelle pagine a scuola come nelle sedi istituzionali aiuterebbe ad aprire gli occhi. Un compito fondamentale sul piano educativo e politico. Prima che sia troppo tardi.

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