La violenza della montagna, la pietà della sua gente

Sei ragazzi di Piacenza e i loro accompagnatore sono morti mercoledì pomeriggio (17 luglio, ndr) sul Brenta, mentre scendevano dal rifugio Brentei al Casinei, travolti da una massa di fango, neve e sassi. La bufera che si è abbattuta sul Trentino li ha sorpresi lungo il sentiero, mentre scendevano a valle.

I sette facevano parte di una comitiva di Piacenza della parrocchia di Nostra Signora di Lourdes, che possiede una casa per ferie a Pracorno di Rabbi, in val di Sole. Martedì il gruppo, guidato da don Giuseppe Basini, aveva deciso di trascorrere due giorni nel gruppo di Brenta. Avevano pernottato al rifugio Tuckett, la sera di martedì, e mercoledì mattina la comitiva aveva raggiunto il rifugio Brentei, una traversata non impegnativa, relativamente facile, anche se il tempo si stava mettendo al brutto.

(da Vita Trentina n. 29 del 21 luglio 1991)

Chi si trovava a Pinzolo, quel giorno torrido del 17 luglio e subì violentissimi i tuoni che dopo il mezzogiorno percossero tutta la valle, mentre i lampi trasformavano in “Sfulmini” (così sono chiamate quattro particolari guglie del Gruppo di Brenta) anche le vette meno ardite, non poté fare a meno di temere per chi in quelle ore si trovava in montagna: “Oggi si prepara il finimondo. Speriamo che quanti sono in gita abbiano raggiunto in tempo un rifugio e se ne stiano al riparo”. Ma non fu così.

Non tutti sanno quanto diventi terribile la montagna durante i temporali, alle alte quote in terreno scoperto soprattutto, ma in realtà ovunque, sui sentieri che si trasformano in torrenti e nei boschi, temibili perché promettono un riparo, mentre invece attirano ancora più direttamente le saette. Non esistono posti sicuri dai temporali, se non le capanne e le costruzioni in quota che proprio per questo, e non perché offrono terrazze panoramiche o specialità gastronomiche, si chiamano rifugi.

Tutto ciò lo temevano forse, senza saperlo, i ragazzi della parrocchia di Piacenza che, con i loro accompagnatori avevano compiuto una gita in Brenta ed avevano raggiunto, lungo un sentiero che non presenta difficoltà il Rifugio Brentei, nel cuore del gruppo. Lì si trovavano quando la giornata afosa, dopo il mezzogiorno, lasciò presagire il peggio. Ma gli accompagnatori, credendo di ridurre i rischi, decisero di scendere di quota, al Rifugio Casinei, dal quale il giorno prima erano partiti. Non si fermarono al riparo, si misero in marcia e il temporale li colse con tutta la sua violenza lì dove il sentiero, ancora pianeggiante, compie una svolta prima di imboccare alcune brevi gallerie. La svolta segna una roggia per lo più asciutta, ma che con la bomba d’acqua che seguì ai primi scrosci si trasformò in un autentico torrente, trattenuto in alto, in un primo momento da una pianta caduta, o sradicata, che provocò una sorta di effetto diga. Ma quando la violenza del temporale spazzò via la diga una valanga d’acqua si riversò nel canale, investendo in pieno la comitiva che l’attraversava sul sentiero. Attimi. Ma non lasciarono alcuno scampo e tutti furono trascinati nel vallone sottostante.

Allo “tsunami” sfuggì fortunosamente un ragazzo che riuscì a raggiungere il Rifugio Brentei da poco lasciato. Immediati furono i soccorsi guidati dal gestore, la guida alpina Bruno Detassis, che, purtroppo, dovettero constatare il decesso di sei ragazzi tra gli 11 ed i 13 anni ed un seminarista di 25 anni. La comitiva era composta da 31 ragazzi della parrocchia Nostra Signora di Lourdes di Piacenza.

Il maltempo proseguì a lungo, sia pure con minor violenza, e solo nel pomeriggio fu possibile all’elicottero del soccorso alpino raggiungere il rifugio dopo aver stabilito una base operativa al Fraté, nei pressi di Mavignola. Fu straziante, per chi lì si trovava senza poter fare nulla, assistere all’atterraggio e al decollo dei voli che trasportavano i corpi dei ragazzi, e al tempo stesso sostenevano la speranza dei compagni feriti, sotto shock, che venivano portati a valle per essere ricoverati e curati.
Colpì chi seguiva i soccorsi, in un clima di comune condivisione per un immenso dolore, l‘abnegazione dei piloti di elicottero (c’erano Simonetti e i suoi colleghi); grazie alla loro grande perizia, conoscenza del territorio e disponibilità a un rischio calcolato riuscirono a penetrare le nebbie della stretta Val Brenta nella speranza di riuscire a salvare almeno qualche vita. Colpì, al tempo stesso, la dolcezza, la pietà, l’attenzione con le quali nel grande dolore condiviso la gente comune – contadini, escursionisti – accoglievano al Fraté le salme dei ragazzi e i loro compagni, scossi e impauriti, trasportati dall’elicottero verso la salvezza.

Una giornata tragica, quella del 17 luglio 1991, che ha rivelato tutta la violenza delle condizioni climatiche della montagna e tutta la pietà della sua gente.

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