Quel Patto sulle risorse, culla della nuova Europa

lo spunto

FRANCIA. Mercoledì della scorsa settimana è stato compiuto un passo importante verso l’unificazione europea con la firma del piano Schuman, che unisce economicamente, per l’acciaio e il carbone, sei Paesi, fra cui l’Italia.

La portata del Piano e della sua firma è stata eloquentemente rilevata dal Ministro Schuman, il quale ha detto: «I nostri governi essendo decisi a sostituire per secoli a rivalità antichissime una fusione dei loro essenziali interessi, a gettare le fondamenta di una più vasta e profonda comunità tra i loro popoli – quale è stata impedita per così lungo tempo da sanguinose divisioni – e a gettare le fondamenta di istituti capaci di fungere da guida ad un destino d’ora in poi comune, hanno deciso di dar vita ad una comunità europea del carbone e dell’acciaio».

(Vita Trentina n. 17 del 17 aprile 1951)

Il settimanale “Vita Trentina” diede notizia della nascita della Ceca, la Comunità economica del Carbone e dell’Acciaio, in maniera tempestiva nel suo numero del 26 aprile 1951, a pochi giorni dalla firma del Trattato di Parigi del 18 aprile che la istituiva, cogliendone subito la portata storica, che andava ben al di là di quella relativa ad un accordo commerciale.

Il Piano Schuman, dal nome dell’uomo politico francese (allora ministro degli Esteri) che assieme a Jean Monnet ne era stato il principale promotore, viene infatti definito, fin dalle prime righe dell’articolo “un importante passo verso l’unificazione europea”.

Così è stato, perché il Piano univa economicamente, per l’acciaio e il carbone, allora le più preziose risorse energetiche e materie “rare”, sei Paesi europei, “sostituendo a rivalità antichissime – come commentò sempre Schuman – una fusione dei loro essenziali interessi”. Fra i sei Paesi – che poi diedero vita al Mercato Comune e in seguito all’Unione europea – figurava anche l’Italia, ma l’interesse che suscitò, e ancora suscita a livello mondiale la Ceca, non derivò solo dall’aver fatto da incubatrice all’Europa Unita, ma anche e forse soprattutto dal non limitarsi ad essere un’unione doganale, presentandosi invece come un vero organismo internazionale, volto a superare i confini nazionali per gestire in maniera concorde risorse economiche alle quali tutti erano interessati, come era il carbone (e come potrebbe essere oggi il petrolio). Gli obiettivi della Ceca, infatti, si concentravano soprattutto sui due territori della Saar e della Ruhr, regioni di confine da sempre problematiche in Francia e in Germania che con le loro risorse avevano alimentato per secoli le ambizioni egemoniche dei due Paesi, diventando detonatori di ricorrenti conflitti.

Con il “Patto” per il carbone e l’acciaio, ben oltre i dazi veniva istituito uno specifico organismo di gestione e azione sui mercati, con un proprio consiglio, distinto dai ministeri nazionali, ed anche una propria corte di giustizia per mediare eventuali contrasti, due istituzioni fondamentali volte non solo ad armonizzare costi e disponibilità delle risorse, ma a comunicare al mondo (e ai “mercati”, si direbbe oggi) lo “spirito” con il quale gli Stati della Vecchia Europa intendevano unirsi. Non per proporsi come un nuovo super Stato accentratore (nemmeno nella prospettiva di un federalismo all’americana, con le incongruenze che già allora trasparivano) e neppure per mettersi in concorrenza con le superpotenze che anche allora erano gli Stati Uniti e la Russia, con la nuova Cina, da appena due anni unificata sotto il regime di Mao, che già si capiva si sarebbe affacciata da protagonista sulla scena mondiale. Lo spirito dell’Europa si manifestava in maniera diversa, ponendosi come segno alternativo di volontà e sperimentazione di pace, mantenendo le libertà che nascono dalle identità radicate e dalle loro diversità, per comporle però in armonie di collaborazione e rispetto reciproco, attraverso patti, accordi, legami e progetti comuni: un po’ come il piccolo popolo di Lilliput fece con il gigante Gulliver, tenendolo stretto al suolo per esorcizzarne la potenziale violenza, senza opporgli un pari contrasto, ma ancorandolo a terra con una moltitudine di lacci, stringhe, pezzi di spago: patti, trattati.

È una lezione alla quale ritornare anche oggi, in un panorama politico mutato, ma per molti versi paragonabile a quello del secondo dopoguerra. Il Patto sulla Ceca venne infatti sottoscritto nel 1951, nel pieno di una guerra, quella di Corea, terribile al pari delle guerre d’oggi, tale da poter innescare una possibile Terza guerra mondiale, con l’uso di armi e distruzioni atomiche. Prima del cessate il fuoco lungo la linea del 48° parallelo, raggiunto nel 1953 (un trattato di pace non c’è ancora) vi furono, sui due fronti, tre milioni di morti, metà dei quali civili, confermando come le guerre non risolvono mai i problemi che nascono dagli attriti fra superpotenze nella loro competizione per gli spazi di influenza geopolitica, e che il ruolo dell’Europa non sta nel partecipare a questo gioco, supplendo, magari, al disimpegno di qualche attore, ma nel seguire una strada diversa, che è quella di valorizzare le diversità, fornendo allo stesso tempo gli strumenti per comporle, sostenerle, non appiattirle a favore dei più forti con l’alibi di una “concorrenza” che lasciata a se stessa diventa alibi per il dominio dei nuovi poteri multinazionali o finanziari dal denaro opaco, riciclato. È una sfida, questa, che riguarda anche i rapporti interni nella nuova Unione europea (per temi come l’agricoltura di montagna, ad esempio) e che rende il “patto” sulla Ceca meritevole di non ridursi a semplice “tappa” di un percorso comune, ma degno di essere ristudiato come metodo-base per affrontare i problemi delle aree di frontiera – politiche ed economiche –nei loro rapporti con le realtà più forti che dominano i mercati e gli Stati.

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