Twitter e la partita a scacchi tra Donald Trump e i persiani

“Quando il potere si esercita con dei cinguettii minacciosi, il mondo ha diritto di farsi delle domande e di preoccuparsi. I cinguettii altro non sono che i post su Twitter, anche se adesso ha cambiato nome – dopo l’acquisto da parte di Elon Musk è diventato “X” – e Donald Trump si è inventato un social tutto suo: si chiama “Truth” (verità), ma sarebbe meglio chiamarlo “Propaganda”, termine che non ha bisogno di traduzione. Non passa giorno che il cinguettio presidenziale (dal verbo inglese “to tweet” che indica, per l’appunto, il cinguettare degli uccelli) non porti scompiglio. Le cancellerie internazionali – ma anche tanti osservatori americani – si chiedono dove può portare questo tipo di atteggiamento che già è stato definito “Dottrina del Corollario Trump”. Gli alleati sono trattati come partner commerciali (se non pagano o non concedono basi, vengono sanzionati), mentre gli avversari vengono minacciati con un linguaggio apocalittico. Anche le figure religiose – lo abbiamo visto con gli attacchi a papa Leone – se contrastano la sua agenda, vengono etichettate come “nemici politici”.

Nei confronti dell’Iran, ad un certo punto, Trump sembra aver perso qualsiasi freno inibitore. “Un’intera civiltà morirà stanotte, e non sarà più possibile portarla indietro”, ha scritto su “Truth”, una frase che molti hanno inteso come una neanche tanto velata minaccia di utilizzo degli strumenti nucleari. E quando il Pontefice ha ritenuto necessario censurare un simile atteggiamento (“Inaccettabile”) ecco il tweet che entra nella storia perché mai si era arrivati a tanto: “Non stimo questo Papa che deve a me la sua elezione. È debole in materia di criminalità e pessimo in politica estera”.

I post del Presidente, scritti in maniera compulsiva sullo smartphone, sono sempre molto lunghi, prolissi e confusi, oggetto di studio da parte dei leader mondiali, dei diplomatici (che cercano di leggere tra le righe), persino dei professionisti che studiano le alterazioni clinicamente significative della sfera cognitiva, della regolazione delle emozioni o del comportamento di un individuo. Tutto questo, vent’anni fa, il 21 marzo del 2006, Jack Dorsey non lo poteva immaginare. Non aveva ancora compiuto trent’anni e lavorava come sviluppatore informatico presso una start up di San Francisco. Si era limitato a scrivere cinque parole, “Just setting up my twtter”, “sto configurando il mio Twitter”. Una frase per far sapere ai colleghi che, per l’appunto, stava iniziando ad usare il nuovo strumento, un programma che prevedeva che ogni tweet non potesse essere più lungo di 140 caratteri, dieci parole o poco più. Twitter, insomma, era stato pensato per comunicazioni semplici, dirette, per informare senza mediazioni, per far diffondere un commento, una notizia “ultima ora”. Non per sostituire le relazioni tra gli Stati, per insultare a distanza, per minacciare a destra e a manca. Allora, ai tempi dei primissimi tweet, lo smartphone non c’era, non era possibile postare qualsiasi cosa in qualsiasi momento. Per scrivere un tweet era necessario accendere un computer e collegarsi ad internet: pochi istanti, quelli che però consentono di riflettere, di mettere a fuoco, di considerare anche le conseguenze di ciò che si vuole scrivere. Il Presidente degli Stati Uniti – così come ogni persona che ha grandi responsabilità – sino a pochi anni fa, prima di dire qualcosa, aveva la necessità (e la buona abitudine) di parlarne con i consiglieri, si confrontava con lo staff della comunicazione, cercava di valutare che impatto avrebbe avuto la sua dichiarazione.

Nelle partite a scacchi, ogni mossa richiede una riflessione. Non si muove di impeto, senza considerare gli effetti che ogni scelta può avere sulla scacchiera. Da questo punto di vista, Donald Trump si sta rivelando un pessimo giocatore. L’opposto degli iraniani che nel gioco degli scacchi sono storicamente dei maestri e, sul piano della comunicazione, hanno già vinto la partita. Quello degli Ayatollah è un regime che non merita alcuna simpatia, è la logica del Medioevo portata nel terzo millennio. Ma dalla loro parte hanno la storia, la cultura, l’arguzia di un popolo – quello persiano – che guerre ne ha fatte tante e tanto ha imparato.

Quando Trump ha “avvisato” l’Italia che può essere un bersaglio dei missili di Teheran, ecco il tweet iraniano che ribalta il tavolo e mette Donald nell’angolo: cari italiani, “abbiamo settemila anni di civiltà, un amore condiviso per la poesia, l’architettura e il cibo che richiede più tempo per essere preparato della durata dell’attenzione di Trump. L’unica cosa per cui l’Iran e l’Italia non concordano è su chi ha inventato il gelato. Il faloodeh (la granita persiana) è arrivato per primo. Il gelato è arrivato più rumoroso. Siamo stati in una “guerra fredda” su questo per duemila anni”. Le guerre si combattono con i cinguettii, ma anche con l’ironia e l’empatia.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina