Trump nella trappola mediorientale, ora chiede aiuto agli alleati Ue

Ci si chiede ancora, con crescente preoccupazione, quali siano state le ragioni che hanno spinto l’America a buttarsi a capofitto nel grande pantano mediorientale. Eppure, dopo la rovinosa ritirata dall’Afghanistan a quasi vent’anni dall’occupazione; dopo la grande scottatura della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein vinta sulla carta dagli americani (“mission accomplished”, disse l’allora presidente George W. Bush): vittoria dolorosa, fonte della peggiore stagione terroristica nel mondo intero con la nascita dell’Isis, che era proprio costituito dagli estremisti sunniti iracheni estromessi dagli Usa dal potere nel “nuovo” Iraq; e, infine, dopo l’esperienza poco efficace dei 12 giorni di guerra contro l’Iran nel giugno scorso, che non avevano eliminato del tutto, come dichiarato trionfalmente da Trump, i siti nucleari iraniani e anzi avevano dimostrato la capacità di ritorsione su Israele dei missili e droni di Teheran. Ebbene, dopo tutto ciò, l’America di Trump non ci ha pensato due volte ad abbandonare i negoziati in corso a Ginevra fra Usa ed Iran ed ha preso improvvisamente la decisione di invischiarsi in una guerra con molteplici ma confusi obiettivi. Ed ora Washington, dopo più di due settimane di intensi bombardamenti assieme al suo alleato (o guida?) israeliano, non sa più che pesci prendere per uscire dalla trappola in cui si è cacciata.

Qui in Europa, di fronte alla realtà virtuale di film e romanzi che vantano la straordinaria efficacia del corpo dei marines o della Cia, ci si poteva illudere che alla Casa Bianca si fosse riflettuto a fondo sui pro e contro di determinate azioni guerresche. In realtà solo il Capo di Stato Maggiore, Dan Caine, aveva messo in guardia sui rischi del conflitto. Subito zittito dal suo capo diretto, il segretario alla guerra Pete Hegseth, la cui unica esperienza militare è stata una breve partecipazione alla missione americana del 2003 in Iraq. Ma Donald Trump, capo supremo dell’esercito americano, è se possibile ancora peggiore e ha deciso la guerra “a pelle” come dice lui. Trump, lo sappiamo, è infatti impulsivo, arrogante e superficiale. Per di più si sente protetto da un suo dio personale, che lo aveva salvato dall’attentato in campagna elettorale. Il Presidente americano era davvero convinto che la brillante operazione della Delta Force in Venezuela, con la cattura di Maduro, fosse in parte replicabile con il regime degli Ayatollah a Teheran.

A convincerlo nei primi giorni dell’attacco ha contribuito anche la repentina uccisione della Guida Suprema Alì Kameney e la decapitazione di gran parte dei capi del regime. Una seconda ragione è da attribuire alla manipolazione del Presidente Americano da parte dell’amico Benjamin Nethanyahu che lo ha convinto a togliere dal tavolo l’ostacolo sciita dell’Iran per potere rafforzare il suo ambizioso piano di Abramo con le monarchie sunnite del Golfo. Un piano fatto di affari, petrolio e investimenti, rafforzato dalla partecipazione di Israele, vero hub di tecnologie, forza militare e punta avanzata degli americani in Medio Oriente. L’Iran con la sua ideologia antioccidentale e antiebraica ne costituiva un ostacolo permanente, anche attraverso le sue fedeli milizie in Libano, Iraq e Yemen. Di qui la guerra.

Ma nessuno aveva davvero previsto che la conseguenza ovvia sarebbe stata la risposta di Teheran di allargare il conflitto a tutta la regione, dai ricchi stati del Golfo alla Turchia e perfino all’Azerbaijan.

In aggiunta, era da mettere nel conto il prevedibilissimo blocco dello Stretto di Hormuz da cui passa gran parte del gas liquido e del petrolio mondiale. Possibile che il grande apparato militare e di intelligence americano non lo avesse intravisto? E non avesse pianificato misure di contenimento e contrasto all’Iran in quella vena giugulare di mare?

Stiamo assistendo all’assurdo di un Trump che si rivolge, minacciandole, alle marine degli stati europei e perfino della Nato per aiutarlo a pattugliare e mettere in sicurezza lo Stretto. Si è perfino rivolto alla Cina, il cui appoggio all’Iran è stranoto e decisivo (importa gran parte del suo petrolio e investe massicciamente nel Paese).

Per ora ha ricevuto alcuni coraggiosi no dalla Gran Bretagna e dalla Germania. Gli Stati dell’Ue hanno seguito a ruota e non sono andati oltre il rafforzamento della vecchia missione navale Aspide nel Mar Rosso (per contrastare gli Houthi filoiraniani che spesso attaccano le navi commerciali). Quattro paesi, poi, fra cui l’Italia hanno mandato navi da guerra per difendere Cipro, membro dell’Ue e oggetto del lancio di missili da parte di Teheran. Ma allo stesso tempo hanno rifiutato di partecipare alla guerra di Trump. Solo Giappone e Corea del Sud hanno promesso qualche intervento.

Il rischio di questa superficialità trumpiana è che gli americani perdano credibilità anche presso le monarchie sunnite del Golfo e che i suoi ambiziosi piani di affari rimangano sulla carta. Gli unici a guadagnarci sarebbero Israele, ormai libero di colpire militarmente ovunque, e l’Iran che se riuscirà a sopravvivere alle continue uccisioni dei propri leader potrebbe trovare la forza per riaffermarsi come baluardo del mondo sciita e antioccidentale, continuando a seminare caos e conflitti nell’intera area e terrorismo in Europa e negli Usa. In prospettiva, davvero un bel capolavoro.

vitaTrentina

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