Il Patto De Gasperi-Gruber, un piccolo mattone verso l’Europa

Sono passati 80 anni dalla firma del Patto De Gasperi-Gruber e si sentono tutti. Intorno a noi, alla nostra speciale autonomia, il mondo è drammaticamente cambiato. Alla fine della Seconda guerra mondiale la grande speranza si concretizzava nella nascita delle Nazioni Unite e di una duratura pace fra vincitori e vinti e fra gli stessi vinti.

Nel suo piccolo, all’interno della Conferenza di pace del 1946, il Patto fra i due leader italiano e austriaco, rappresentava un piccolo mattoncino di buona volontà per non riaprire conflitti al di qua del confine del Brennero fra minoranza altoatesina ed ex-irredentisti trentini, risalenti ancora alla Prima guerra mondiale.

Il processo di autonomia, come ben sappiamo, non è stato né semplice né lineare. Fra De Gasperi e Gruber il più scettico era quest’ultimo, tirolese di origine. È rimasta famosa una sua frase: “Conosco i miei conterranei, essi sono l’elemento più duro e più tenace della terra. Quanto maggiore sarà la libertà che loro concederete, tanto più essi ne useranno e ne abuseranno, se volete, per chiedere ed insistere di ritornare a far parte dell’Austria”. La storia gli ha poi dato fortunatamente torto e l’autonomia speciale è diventata un interessante esempio di convivenza nell’unità istituzionale della Regione, a suo tempo, ed oggi dello stato italiano. Un esempio, tuttavia, difficile da esportare in altre parti del mondo. Ricordo personalmente che negli iniziali scricchiolii della Jugoslavia negli anni ‘90, da Belgrado si facevano pressanti richieste per avere gli statuti dell’autonomia e le ragioni del suo successo. Ma non se ne è fatto purtroppo nulla e la guerra civile in quel paese, come ci ricorda oggi la morte di Mladic, ha creato orrori difficilmente dimenticabili. Come pure si era pensato di risolvere il problema del Nagorno Karabakh, l’enclave armena nel territorio dell’Azerbaijan, riproponendo il modello altoatesino. Vale la pena menzionare anche la visita del Dalai Lama a Bolzano per avere suggerimenti di come replicare in Tibet la nostra autonomia regionale. Ovunque invece le soluzioni sono state sanguinose e contrarie allo spirito che aveva animato il Patto italo-austriaco. Solo questi pochi esempi possono confortarci sullo straordinario sviluppo che la nostra specialità ha raggiunto. Tuttavia adagiarci sugli allori potrebbe rimettere in discussione alcuni dei risultati raggiunti fino ad oggi. Si comincia infatti a notare una certa difficoltà di coordinamento fra Trento e Bolzano, come la preoccupante decisione di tenere due separate conferenze nei capoluoghi allo scopo di cominciare ad elaborare il terzo statuto oppure la riluttanza di Fugatti di subentrare a Kompatscher nella staffetta alla presidenza di quel che rimane della Regione. È forse bene ricordare come una certa separatezza fra Trento e Bolzano sia addirittura stata sottolineata oltre 4 anni fa nel discorso di investitura di Giorgia Meloni che aveva sottolineato solo la specialità dell’Alto Adige e non del Trentino (o dell’intera Regione). E come ben sappiamo i discorsi di investitura non si improvvisano. D’altronde siamo di fronte ad un governo sovranista e nazionalista nel quale neppure la proposta di autonomia differenziata del ministro Calderoli sembra riuscire a guadagnare terreno. Se poi ci guardiamo intorno nell’Europa e nel mondo i timori per un possibile indebolimento dei processi di cooperazione e di unificazione ci sono tutti. Una guerra nel cuore del nostro continente dove si violano con le armi i confini (e quindi il Trattato di Budapest del 1994), senza darsi la pena di negoziare forme di autonomia economica e politica nelle aree contese del Donbass in Ucraina oppure in Medioriente dove si massacra un’intera popolazione come succede a Gaza da parte di Israele: tutto ciò crea un clima che porta all’uso della forza e alla fine della cooperazione internazionale. Proprio per fronteggiare questo spirito nefasto è più che mai necessario riprendere con forza un discorso più ampio e coraggioso di integrazione regionale transfrontaliera. Dare cioè sostanza al progetto, ancora allo stato embrionale, di Euregio. Due le ragioni principali. La prima è quella di offrire una prospettiva di un’autonomia più ampia che leghi assieme non solo Trento e Bolzano, ma anche Innsbruck. Discorso politicamente ancora difficile viste le posizioni distinte tenute dai tre governatori in occasione della protesta e del blocco del Brennero. Eppure quella dei trasporti e della viabilità, come pure la tutela ecologica o lo sviluppo delle fonti energetiche e così via, tutte competenze presenti nei tre territori, dovrebbero essere decisi da istituzioni comuni.

La seconda ragione è che un modello speciale di integrazione transfrontaliera potrebbe dare un aiuto non indifferente ad un’Ue mai in crisi come oggi. Lo schiaffo del no islandese a negoziati per l’integrazione ne è l’ultimo doloroso esempio. O il processo di integrazione europea riparte dal basso, quindi anche dalle macroregioni europee, oppure rischiamo la dissoluzione di un’iniziativa propria della visione degasperiana. Da questo punto di vista la presenza a Merano e Trento di Mattarella e Van der Bellen per le celebrazioni del Patto contribuirà, ne siamo certi, a chiedere un radicale rilancio dell’Unione Europea partendo dal basso come sognava De Gasperi.

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