Quanti soldi sono 18 miliardi di dollari? Tanti, tantissimi. Al cambio di oggi, sono oltre 15 miliardi di euro, quasi un decimo di quanto lo Stato italiano destina ogni anno al Fondo Sanitario Nazionale (141 miliardi) per coprire le spese sanitarie di sessanta milioni di persone. È dunque difficile immaginare che ci possa essere un privato – seppur una società multinazionale – in grado di decidere, nel giro di pochi giorni, di metter mano al portafoglio e di tirar fuori 18 miliardi di dollari per chiudere una partita giudiziaria. Ma è proprio quanto è successo questa estate negli Stati Uniti dove Meta, la società di Mark Zuckerberg, ha stanziato questa cifra “monstre” per evitare guai maggiori con la giustizia.
Meta aveva sempre sostenuto che i suoi principali social network (Facebook e Instagram) non fossero pericolosi per i più giovani. Ma all’inizio dell’anno, una trentina di Stati americani avevano portato la società di Mark Zuckerberg in tribunale con l’accusa di aver progettato Facebook e Instagram con l’unico obiettivo di fare in modo che gli utenti (soprattutto i ragazzi, anche quel-oblò li sotto i 13 anni) rimanessero il più possibile sulla piattaforma, incuranti di ciò che tutto questo rimanere incollati allo schermo avrebbe comportato per la loro salute e per il loro benessere. Meta ha preferito evitare il giudizio e ha “patteggiato” un mega risarcimento di 18 miliardi di dollari.
La questione dei danni provocati dai social network non è nuova e ne abbiamo parlato ripetutamente anche in questa rubrica. Del resto, numerosi Paesi (apripista è stata l’Australia) hanno approvato delle leggi per vietare l’uso dei social ai ragazzi sotto i 16 anni. Iniziativa per ora molto limitata e pure oggetto di numerose critiche anche se cresce la convinzione che non sia più possibile far finta di niente. La stessa Commissione europea sta ipotizzando di intervenire e lo ha fatto alla luce di un’indagine secondo la quale “più precoce è l’età alla quale i giovani iniziano a utilizzare i social media (4 ore e mezzo di uso al giorno che diventano 6 nel week-end) maggiore è il loro tempo trascorso online”. Insomma, prima un ragazzo inizia a frequentare i social network e più ne diventa dipendente.
Altra correlazione evidente, secondo l’indagine della Commissione europea, è quella tra “uso dei social media e usura degli indicatori di salute mentale”. Il 90 per cento dei ragazzi intervistati riferisce di almeno un sintomo negativo legato al tempo trascorso davanti agli schermi; il 30 per cento circa racconta di provare stress, tristezza o esclusione sociale a causa dei social media; uno su quattro si è imbattuto in contenuti problematici online, tra cui l’incitamento all’odio.
L’obiettivo della Commissione europea è innanzitutto quello di intervenire obbligando le piattaforme a “dimostrare di essere luoghi sicuri”. Una valutazione che l’Europa ha già chiesto alle case automobilistiche e alle industrie farmaceutiche e ora chiede – finalmente – anche alle grandi aziende tecnologiche. Per questo settore esiste da qualche anno una normativa (“Digital Services Act”) che ha già portato a sanzioni nei confronti di TikTok e Meta.
Ma ciò non è certamente sufficiente. Proprio in questi giorni la Commissione europea ha annunciato un ampio divieto per gli “under 15” su social network, piattaforme video, chatbot di IA e giochi online, nell’ambito dell’“EU Kids Act”. Il piano prevede anche la verifica dell’età degli utenti e maggiori controlli sull’accesso ai servizi digitali. Prima di entrare in vigore la proposta dovrà comunque essere approvata da Parlamento europeo e avere il via libera di tutti gli Stati membri.
Tempi, dunque, non brevi. Nel frattempo, basterebbe imporre a Meta di applicare anche in Europa le misure pattuite – oltre ai 18 miliardi di dollari – con le autorità giudiziarie americane: per i ragazzi, ad esempio, è stabilito un limite predefinito di due ore al giorno complessive su Facebook e Instagram, modificabile soltanto con il consenso dei genitori. È previsto inoltre il blocco dell’accesso tra la mezzanotte e le 6 del mattino e notifiche silenziate durante l’orario scolastico e avvisi periodici sul tempo trascorso online.
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