Cinema che smuove le coscienze

Quando Jean-Luc Godard diresse Fino all’ultimo respiro, il suo primo film da regista dopo anni di militanza come critico ai Cahiers du cinema, era il 1960, ma gli altri suoi colleghi e amici fattisi le ossa sulle pagine del medesimo giornale di punta dedicato alla settima arte avevano già esordito dietro la macchina da presa anni prima: Eric Rohmer con La sonate à Kreuzer (1956), Francois Truffaut con I 400 colpi (1959), Claude Chabrol addirittura con tre titoli girati uno dietro l’altro in un paio d’anni tra il ‘58 e il ‘59 ( Le beau Serge, I cuginiA doppia mandata).

È però Fino all’ultimo respiro a sancire ufficialmente la nascita della Nouvelle Vague, il movimento cinematografico francese che, prendendo spunto dal Neorealismo italiano gettò le basi per il cinema moderno, creando una cesura con il cinema classico del passato e con la stessa corrente nata nel nostro Paese per superare le difficoltà economiche imposte dalla crisi seguita allo sfacelo della Seconda guerra mondiale.

Le regole esistono per essere abiurate e Godard, con la sua smania di fare tutto e il contrario di tutto, scardina l’ABC del linguaggio cinematografico, rivelandone la sua natura finzionale, i suoi trucchi, ma anche il suo stretto legame con il modo in cui funziona il nostro sistema percettivo in relazione alle immagini. Poco importa che i mezzi a disposizione siano pochi, gli interpreti misconosciuti (lo erano all’epoca Jean Paul Belmondo e Jean Seberg), la sceneggiatura in divenire e soprattutto l’opinione pubblica dominante.

Se si vuole dare un taglio con il passato e fare la rivoluzione – sì, anche al e col cinema, a dispetto di chi, dopo averla fatta, oggi nega ipocritamente il suo portato politico: vero Wim Wenders? – bisogna essere fedeli ai propri ideali e perseverare nella propria visione.

Forse perché è da troppo tempo che assistiamo alla nascita e diffusione di una nuova ondata di rottura condivisa paragonabile al rumore che fece la Nouvelle Vague (l’ultima in senso stretto è stato probabilmente il danese Dogma 95 di Lars von Trier & Co. negli anni Novanta), il regista americano Richard Linklater ( Boyhood, Prima di mezzanotte) ha sentito l’urgenza di omaggiarla con un film che ricostruisce genesi e gestazione della produzione di Fino all’ultimo respiro, il film che più di ogni altro influenzò la nascita di una nuova generazione di cineasti negli Stati Uniti insofferenti verso le ristrettezze creative del sistema imbolsito e plasticoso degli Studios.

Nouvelle Vague, il film cinefilo di Linklater, ha avuto la sua premiere a Cannes 78, dove è stato presentato in concorso, e ricostruisce fedelmente i venti giorni di riprese e lo spirito di quella fervida stagione in cui il cinema, l’arte, e la cultura in generale, facevano ancora parlare di sé e smuovevano le coscienze. Sembra, ed è, purtroppo, una vita fa, ma è bello che ci sia ancora qualcuno che riponga fiducia in quello che il cinema può e dovrebbe fare.

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

vitaTrentina