5 settembre, Giornata della responsabilità

Vent’anni fa, era l’autunno del 2005, venne chiesto a Luis Durnwalder se fosse d’accordo di istituire a livello regionale una “Giornata dell’Autonomia” da celebrare il 5 settembre di ogni anno in ricordo dell’Accordo De Gasperi – Gruber firmato a Parigi, per  l’appunto, il 5 settembre del 1946. Pochi mesi dopo si sarebbero ricordati i 60 anni di quella intesa. Durnwalder – con quel suo modo affabile e sornione – prese l’interlocutore sottobraccio e – con tono amichevole e, solo apparentemente, divertito – rispose che per i sudtirolesi il 5 di settembre era una data in cui non c’era proprio nulla da festeggiare. “Anzi!”, aggiunse, tanto per essere chiaro.

Sbarrata la strada ad una legge regionale, venne seguita quella più semplice di una iniziativa per la sola provincia di Trento. La proposta legislativa (Ddl 151, 8 febbraio 2006, a firma Lunelli e Bombarda) ebbe un percorso piuttosto accidentato e venne approvata solo nel 2008, a fine legislatura. Une legge provinciale, solo “trentina”, con la data del 5 settembre che, via via, divenne un appuntamento sempre più significativo per ricordare il senso dell’Accordo di Parigi e per ribadire il valore dell’Autonomia. Nel corso degli oblò digitale anni, viste le cerimonie di Trento che inevitabilmente assumevano una dimensione regionale, anche la Provincia di Bolzano – senza peraltro alcun provvedimento legislativo che ne sancisse la definizione – iniziò a celebrare il 5 settembre con proprie cerimonie. Sabato prossimo, in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’accordo De Gasperi – Gruber, il Presidente della Repubblica sarà a Trento: una “Giornata dell’autonomia” che, proprio per la presenza del Capo dello Stato, rappresenterà l’occasione per riflettere sui valori, sulle opportunità e sui doveri che al Trentino sono affidati non come privilegio, ma come ambito di responsabilità.

Lo stesso giorno, al mattino, Sergio Mattarella sarà a Merano dove il “5 settembre” verrà celebrato in forma solenne anche in Alto Adige-Südtirol: per gli 80 anni della firma di Parigi, accanto al Presidente della Repubblica italiana, ci sarà anche il collega austriaco Alexander Van der Bellen. La massima rappresentanza istituzionale dei due Paesi per ricordare (e ribadire) che quell’Accordo ha rappresentato – e rappresenta tutt’oggi – un’intuizione per risolvere in maniera pacifica e innovativa una questione delicata, complessa e difficile: il cosiddetto “Nodo del Brennero”, per usare la terminologia cara a monsignor Iginio Rogger. Una strada che altrove non si è voluta sperimentare, lasciando spazio agli scontri etnici e nazionalistici che mai hanno portato alcun beneficio, per nessuna delle due parti.

L’Accordo De Gasperi-Gruber nasce dalle macerie della guerra. È un passaggio originale e innovativo perché riconosce che la convivenza tra gruppi linguistici diversi non può essere costruita chiedendo a qualcuno di rinunciare alla propria identità. Alla popolazione di lingua tedesca vengono riconosciuti il diritto alla propria lingua, alla scuola e alla cultura. Da quell’accordo prenderà forma, attraverso un percorso lungo e non sempre facile, il sistema dell’autonomia regionale e specificatamente di quella sudtirolese. Una lezione che va oltre la storia di questo territorio: convivere non significa essere tutti uguali, ma imparare a vivere insieme nelle proprie differenze. È il riconoscimento dei diritti dell’altro a trasformare una diversità che può dividere in una ricchezza che può unire. La stessa strada che oggi, in questa terra di confine, guarda all’Euregio come opportunità per costruire un nuovo territorio europeo, una “piccola Europa dentro l’Europa”.

La frase di Luis Durnwalder (che comunque il 5 settembre 2006 omaggiò Karl Gruber al cimitero di Innsbruck con i colleghi Lorenzo Dellai e Herwing van Staa, Capitano del Tirolo) era forse solo il riflesso delle grandi difficoltà vissute dal gruppo tedesco dopo la fine della Grande Guerra: l’annessione all’Italia, il processo fascista di italianizzazione del territorio (Tolomei), persino il divieto dell’uso della lingua (Katakombenschulen), sino alla terribile pagina delle opzioni. Era certamente, quella fase, anche conseguenza delle difficoltà legate al Primo Statuto di Autonomia, ciò che ebbe a portare al “Los von Trient” di Magnago (1957), ma anche alla “Notte dei fuochi” (1961) e alla stagione degli attentati dinamitardi degli Anni Sessanta.

Oggi tutto questo, comprese le difficoltà di un percorso tutto da costruire, fa parte della storia e Mattarella non potrà non ricordare il ruolo dei seminatori di buona politica: da Alcide Berloffa ad Aldo Moro.

C’è solo da chiedersi, rispetto al 1946 e agli anni del Secondo Statuto, se oggi tutto questo sarebbe fattibile. Perché la buona politica, quella che sa guardare oltre il presente e costruire una visione del futuro, oggi si trova davanti a un ostacolo nuovo: l’informazione digitale. I social tendono spesso a premiare la reazione immediata, la contrapposizione, la paura, più che la riflessione e la ricerca di soluzioni. In questo modo finiscono per esasperare le chiusure, alimentare diffidenze e rendere più difficile ogni percorso di cambiamento. La politica che guarda lontano ha bisogno invece di tempo, di confronto, di capacità di spiegare e di assumersi responsabilità. È una sfida decisiva: perché una società bombardata continuamente da paure e semplificazioni rischia di perdere proprio la capacità di immaginare il futuro.

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