La notizia
“Il 2 giugno 1946, all’Assemblea Costituente, furono elette per la prima volta anche le donne. Delle 21 elette (9 democristiane, 9 comuniste, 2 socialiste e una del partito dell’uomo qualunque) una era la trentina Elsa Conci (Maria De Unterrichter Jervolino, trentina di nascita, fu eletta nel Collegio Unico Nazionale). Elsa Conci svolse alla Costituente il delicato compito di partecipare alla Commissione incaricata di predisporre il testo del Disegno di Legge sullo Statuto speciale per il Trentino Alto Adige, che rimase poi in vigore fino al 1972. Pur essendo alla sua prima esperienza parlamentare, Elsa Conci aveva una grande famigliarità con l’impegno che affrontava. Il padre, Enrico Conci, era stato a 31 anni deputato al Parlamento di Vienna, in cui sostenne l’autonomia amministrativa del Trentino, per la quale dovette impegnarsi a fondo anche alla Dieta di Innsbruck”.
Andrea Tomasi (da una lettera a Vita Trentina, primo giugno 2016)
L’attribuzione del diritto di voto alle donne in Italia, deciso dal Consiglio dei Ministri nel gennaio 1945 mentre la guerra era ancora in corso, ebbe una sorta di primo test in numerosi Comuni nei mesi di marzo e aprile ma trovò piena applicazione nazionale il 2 giugno 1946 nel referendum istituzionale fra monarchia e repubblica, con l’elezione in contemporanea dei membri dell’Assemblea Costituente, chiamati a redigere il testo della Costituzione che sarebbe poi entrata in vigore nel 1948. Com’è stato ricostruito e commentato nei giorni scorsi in occasione dell’ottantesimo anniversario, il voto in queste prime elezioni libere seguite alla guerra e al ventennio fascista riconosceva finalmente i diritti politici delle donne italiane dopo una “lunga marcia” che le aveva già portate ad essere protagoniste della vita e dello sviluppo civile del Paese.
Il voto politico ne sanciva la completezza, ma andava anche oltre perché dava l’imprinting femminile (della sensibilità, dell’intelligenza, della capacità di ascolto, sacrificio e donazione delle donne) a tutta la costruzione delle libertà e responsabilità repubblicane che la scelta referendaria, assieme al voto politico, proponeva. Sta ancora in questa impronta di completezza umana nei diritti formali il significato profondo del “voto alle donne” che la ricorrenza del 2 giugno ricorda e celebra.
Come è noto la partecipazione al voto in quell’occasione fu altissima, attorno all’89 per cento, e alla Costituente risultarono elette 21 donne su 226 candidate .
Fra le due trentine elette, oltre a Maria De Unterrichter Jervolino, figurava anche la prof. ssa Elsa Conci, figlia di Enrico Conci che era stato deputato al Parlamento di Vienna e alla Dieta di Innsbruck, uno dei protagonisti della lotta del Trentino per l’Autonomia durante il dominio asburgico.
A Roma Elsa Conci venne chiamata a far parte della “Commissione dei 75” incaricata di redigere il testo della Costituzione; in quel ruolo seguì in modo particolare i capitoli relativi all’autonomia speciale che veniva riconosciuta a Trento e Bolzano con la Regione, la “prima autonomia” rimasta in vigore fino al 1972.
Elsa Conci venne poi rieletta al Parlamento per quattro legislature, ma soprattutto fece da apripista all’impegno grande delle donne trentine in politica dopo essere state protagoniste della vita sociale, culturale e solidale del Trentino: basti qui ricordare i nomi di Zita Lorenzi, Sitia Sassudelli, Agnese Fiorentini, che fu fra le fondatrici dell’Ospedalino e Giuseppina Bassetti, fondatrice delle ACLI ed energica realizzatrice dei disegni kessleriani, ma anche collaboratrice che sapeva tener testa all’uomo politico solandro e, nel confronto aperto, sapeva anche dirgli qualche no.
Perché la vera politica, come sosteneva Alcide De Gasperi, non significa riunirsi in gruppi e fazioni per ottenere un voto in più di maggioranza, ma comporre le divisioni, allearsi anche con chi la pensa diversamente, per costruire un popolo, una comunità. E per aiutare chi ha bisogno di un sostegno, che non è assistenzialismo, ma solidarietà umana e dovere civile. Sotto questo profilo Elsa Conci resta un punto di riferimento. Bonariamente veniva chiamata a Trento “Pattino d’oro”, quasi fosse un’onorificenza per la sua solerzia nel destreggiarsi fra un ufficio ministeriale e l’altro scivolando velocemente sui lucidi corridoi dei palazzi romani dove si recava per seguire le pratiche dei suoi concittadini. Chi la frequentava riferiva che conosceva tutte le porte degli inaccessibili palazzi.
Fu il primo voto libero dopo la dittatura quello del 1946 e le donne gli diedero la loro impronta che resta ancora la vera lezione di quella giornate: un voler partecipare, senza remore e senza sfiducia, anche se i tempi si presentano difficili e problematici ed esprimere un voto libero senza farsi strumentalizzare quasi che le donne possano essere in sé una forza politica. Anche i voti successivi hanno dimostrato che non è così. Le donne portano il loro spirito, la loro vita nella politica, e non si lasciano incasellare o predeterminare.