A cantare si acquista uno sguardo…

“Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei”. Sentita ancora questa affermazione, vero? Arriva da uno studioso francese dell’Ottocento, che voleva aiutarci a capire come l’alimentazione sia uno specchio della personalità, della cultura, della posizione sociale di una persona. Ho l’impressione però che sia la stessa cosa anche se diciamo “dimmi cosa canti, e ti dirò chi sei”. Sono tanti gli stili musicali in giro per il pianeta, ma chi ne capisce un po’ di musica e di cose simili sa distinguere benissimo da quale parte del mondo e quindi da quale cultura arriva una musica o un canto o un ballo o chissà che cos’altro ancora; e chi è ancora un pochino più raffinato riesce a spiegare che tipo di messaggio passa da una musica a un’altra, da un canto a un altro.

In realtà ce ne rendiamo conto anche tutti noi: il liscio romagnolo, per esempio, o i testi dei cantautori italiani dei decenni scorsi, i canti di Natale o un canto tradizionale africano, un brano rock o un “tormentone estivo”, nome che è tutto un programma, dicono cose diverse alle nostre orecchie, ma anche al nostro cuore e alla nostra sensibilità.

Perché? Semplice: perché la musica non è soltanto un insieme di suoni più o meno ordinati; no, no, la musica dice qualcosa di più: essa è l’espressione di chi la compone e di chi la esegue.

Per questo motivo allora ritengo si possa dire che i tanti cori che costellano la geografia del Trentino dicono qualcosa anche della nostra terra.

Pensateci un attimo: tanto è normale trovare in ogni angolo del nostro territorio un vino o un formaggio tipico, un rifugio di montagna o una chiesetta affrescata o qualche forma di attrazione turistica, altrettanto è normale trovare un coro da chiesa, un coro della montagna, un coro popolare, una corale più raffinata… Che cosa può avere a che fare tutto questo con la “trentinità”?

Credo che si possano fare almeno due considerazioni. Innanzitutto – cosa ovvia – per cantare in un coro bisogna rendersi conto che non si è da soli: la fatica principale di chi canta con gli altri è proprio quella di… cantare con gli altri, appunto.

In altre parole: se Trento è stata capitale del volontariato, ciò significa che la fatica del “far gruppo” è cosa diffusa tra le nostre valli; e anche il far gruppo in un coro ci aiuta ad accorgerci di quanto fondamentale sia nella vita di ciascuno di noi appoggiarci agli altri: anche quando gli altri non sono proprio del tutto simpatici, anche quando – permettetemi la metafora – gli altri cantano una voce diversa dalla nostra. Come succede in un coro, dove più persone cantano melodie diverse, che si incontrano però in un’unica musica. Del resto, anche se oggi le comodità hanno raggiunto ogni angolo del nostro territorio, la vita in montagna non è mai stata tanto facile… E poi a cantare – ecco la seconda considerazione – si acquista uno sguardo diverso. Le parole di un canto non sono mai come quelle che usiamo al bar o al supermercato: sono poesia, sentimento, nostalgia, preghiera, contemplazione. Mi pare allora che il cantare in coro voglia raccontare in un modo del tutto particolare la straordinaria bellezza del nostro territorio, siano montagne, o laghi, o boschi, borghi, prati o quel che volete voi. Se poi siamo capaci di capire che questa bellezza non è roba nostra ma viene da Uno che l’ha creata e che ce la continua a regalare, allora il cantare in coro riesce ad andare oltre la sala o la chiesa in cui si canta, e diventa… preghiera.

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