«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo» (Mt 25,1)

8 novembre: Domenica XXXII – Tempo Ordinario A

Letture: Sap 6,12-16; Sal 62; 1Ts 4,13-18; Mt 25,1-13

Lo confesso: per molto tempo questo brano mi ha irritato. L’incapacità delle vergini “sagge” di condividere l’olio con le compagne mi sembrava un segno di egoismo, poco evangelico. Non so se questo sia capitato anche a voi, ma proviamo insieme a dialogare con la Parola per capire la sfida delle letture di questa domenica.

Matteo scrive a una comunità che, pur avendo accolto il Vangelo con entusiasmo, è stanca. Il Signore tarda a tornare e il rischio è quello di lasciarsi vivere, dimenticando la propria fede. A questa comunità l’evangelista consegna tre parabole sull’attesa vigilante (24,45—25,30). Contrariamente alle altre due, l’atteso non ha il volto di un padrone, ma di uno sposo. La vigilanza, perciò, non si tinge di paura ma profuma di festa nuziale.

Il Regno dei cieli, il mondo che Dio sogna, è simile a queste dieci luci che, sfidando il buio, escono con coraggio nella notte. Ma mentre lo sposo tarda, «si assopirono tutte e si addormentarono». L’attesa che rode la speranza, la fatica del quotidiano portano tutti a momenti di sonnolenza, di scoraggiamento, persino al desiderio di mollare tutto.

La differenza tra stolte e sagge non sta, dunque, nel restare svegli ad ogni costo, ma in ciò che ciascuno porta con sé. Ma che cosa rappresenta l’olio? Non penso indichi una virtù eroica, ma l’esperienza viva dell’incontro con Gesù e la decisione di vivere ogni istante come risposta d’amore all’amore ricevuto. Per questo non si può prestare: nessuno può amare al posto mio. Attendere, allora, non è fuggire dalla realtà: è la cura dei rapporti; è la fedeltà a un servizio che nessuno nota; è l’armonia tra la fede che professo e quella che vivo. Lì, nel sì ripetuto, una voce viene a risvegliarci nelle tenebre, proprio quando sembra di non farcela più: «non temere, perché sarà Lui a varcare l’abisso» (D.M. Turoldo).

La prima lettura e il salmo responsoriale riassumono questa dinamica con il verbo cercare: «O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia» (Sal 62,2). Cerca il Signore chi non resta arroccato nella propria autosufficienza ma riconosce il proprio bisogno, la propria sete. E qui la Sapienza ci sorprende perché «Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano» (Sap 6,13). Siamo cercati prima ancora di cercare; mentre nella notte lo attendiamo, Dio è già in cammino verso di noi. Penso a chi, in una notte di solitudine, di malattia o di lutto, ha cercato Dio a tentoni e ha scoperto, all’alba, di non essere mai stato solo. Siamo ancora con la lampada in mano a scrutare il buio, e Lui è già lì, sulla soglia di casa, e bussa alla nostra porta. Aprire significa credere che la nostra storia è nelle sue mani, che ogni istante ha un valore infinito.

Scaturisce da questa fede l’assicurazione di Paolo ai cristiani di Tessalonica, angosciati per il destino dei loro defunti. Per chi ha cercato il Signore, la morte non è un salto nel vuoto, ma la mezzanotte in cui finalmente risuona il grido. È il momento in cui «per sempre saremo con il Signore» (1Ts 4,17).

In questa prospettiva, la porta chiusa è la constatazione di un rapporto mai coltivato: non si può improvvisare un amore che non si è mai nutrito. Ma finché siamo in cammino, quella porta rimane aperta e l’olio si può ancora procurare. Allora forse le vergini sagge non erano egoiste; ci ricordano soltanto che l’amore non si delega: si custodisce, goccia dopo goccia, nella fedeltà di ogni giorno.

Chiediamoci: la mia lampada, oggi, di quale olio si sta nutrendo?

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