«Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (Mt 13,30)

19 luglio: Domenica XVI – Tempo Ordinario A

Letture: Sap 12,13.16-19; Sal 85; Rm 8,26-27; Mt 13,24-43

 

C’è una domanda radicale che percorre le letture di oggi: perché il male? Come spiegare la pazienza di Dio verso chi semina odio e distrugge l’altro? Perché non interviene a sradicare il malvagio? Sono le domande che ci assalgono quotidianamente davanti alle guerre, ai genocidi, alla violenza assurda e banale che irrompe nel nostro quotidiano.

La liturgia non risponde direttamente a questi interrogativi, ma propone una sapienza “altra”. La prima lettura mostra che dall’amore verso ogni creatura scaturisce la fiducia contagiosa di Dio: una fiducia che infonde speranza perché lascia sempre spazio alla possibilità del pentimento (Sap 12,19; cfr. 11,26). Questa mitezza non è debolezza, ma forza. Contrariamente a coloro che il mondo considera potenti, Dio non ha bisogno della sopraffazione o del terrore per affermarsi: la sua misericordia sgorga proprio dalla sua onnipotenza. La seconda lettura svela come possiamo assumere questo sguardo diverso: ascoltando il «gemito» dello Spirito. Solidale con la nostra fragilità, le nostre paure e la fatica di cercare a tentoni il senso della vita, lo Spirito porta tutto a Dio perché lo trasformi in cammino di salvezza, in sentiero di luce.

La necessità del cambiamento è raccontata nel Vangelo attraverso una parabola destabilizzante. In un campo seminato con cura accanto al grano spunta la zizzania. I servi si agitano e chiedono al padrone se debbano estirparla. La risposta del signore spiazza: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura» (v. 30).

La comunità dei discepoli è così invitata da Gesù a liberarsi dalla tentazione del giudizio: non spetta ai credenti, e non è compito della Chiesa, stabilire chi sarà salvo. Il giudizio appartiene soltanto a Dio. Affermando questo, Matteo smaschera anche ogni falsa sicurezza escatologica: l’appartenenza alla comunità dei discepoli non è garanzia di salvezza. Conta una prassi coerente e libera, fondata sulla gratuità dell’iniziativa di Dio. La stessa santità a cui siamo chiamati (cf. 5,48) è un cammino più che un possesso: all’interno della Chiesa continueranno a convivere grano e zizzania fino alla fine dei tempi.

Rimane, dunque, una sola via: rispecchiare il Figlio, servo mite, che «Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta» (12,20). Per questo il brano si conclude con due immagini di piccolezza: un granello di senape, una manciata di lievito (vv. 31-33). Il Regno non arriva con la potenza che travolge, ma con la piccolezza che fermenta dal di dentro: nascosto, quasi invisibile, eppure capace di lavorare tutta la pasta. Dio sceglie sempre la via dei piccoli inizi, di ciò che sembra nulla e invece racchiude il potere di trasformare il mondo.

Penso che ognuno di noi possa riconoscersi in questa parabola, perché la tentazione dei servi è la nostra: separare subito, dividere il campo in puri e impuri, strappare il male e con esso, avverte Gesù, anche il grano. Quante volte, volendo fare giustizia in fretta, sradichiamo persone, le condanniamo per sempre, le “bolliamo” come zizzania. Ma il giudizio non ci appartiene: Dio è sovrano e proprio per questo giudica con mitezza e governa con indulgenza (Sap 12,16‑18), perché chi è davvero forte può permettersi di aspettare.

Chiediamoci: ho la pazienza di Dio verso il campo intricato della mia vita e di chi mi sta accanto? E credo ancora che il poco — un seme, un grammo di lievito — basti a Dio per cambiare tutto?

vitaTrentina

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