Riforma elettorale, siamo al muro contro muro

La prima pagina del quotidiano La Stampa di mercoledì 16 settembre

Si chiude un altro passaggio verso l’approvazione della riforma elettorale e siamo sempre più allo scontro muro contro muro: senza alcun beneficio per la stabilità del sistema Paese, quanto mai necessaria, ma che non si può produrre semplicemente facendo vincere una parte senza che l’altra si faccia coinvolgere e con la metà degli elettori che disertano le urne.

Non c’è stato alcun confronto nel dibattito al Senato, ma solo un rinfacciarsi di slogan. La legge, intendiamoci, è un pasticcetto, un rincorrersi di piccole furberie calibrate perché una maggioranza in crisi di tenuta possa uscire dalla prova elettorale con meno danni possibili.

Però le opposizioni hanno dato una dimostrazione di scarsa capacità progettuale, attestandosi su una linea di contrasto a tutto che alla fine ha solo agevolato la maggioranza nel portare a casa i suoi obiettivi (per cui qualcuno ha maliziosamente notato che forse in ultima analisi all’opposizione va anche bene questo meccanismo di risiko elettorale in cui chi riesce miracolosamente ad ottenere il 42% per cento si porta a casa l’intera posta).

Poco efficace ci sembra l’accusa di vulnus alla Costituzione. È diventata una lagna, che ricorda la favola di chi a forza di gridare a vuoto “al lupo, al lupo!” ottiene che quando lo si fa perché la bestia è davvero in arrivo non si allarmi più nessuno. Prendete la storiella per cui l’indicazione del candidato premier sulla scheda elettorale vincolerebbe il potere di nomina del Presidente della Repubblica. Non è così, perché in tutti i sistemi costituzionali il Capo dello Stato dà l’incarico a chi ritiene detenga la maggioranza per avere la fiducia dal Parlamento, non a chi gli sembra astrattamente migliore per quel ruolo.

Se quella maggioranza è effettivamente decisa dal voto elettorale ed ha già espresso un candidato, lo validerà come è sempre stato. Se riterrà che per qualsiasi ragione quella maggioranza si sia dissolta dopo il voto per cui il candidato espresso non è più in grado di avere la fiducia, manterrà tutto il potere di trovare lui la persona che possa raccogliere la fiducia del parlamento, senza la quale nessun governo può entrare in carica.

È solo un esempio delle tante chiamate a vanvera dell’intervento della Corte Costituzionale, organismo che sinora ha sempre agito con grande equilibrio e con molta consapevolezza dei guasti che si possono fare inseguendo le varie demagogie in campo.

Certo la maggioranza avrebbe fatto bene a ragionare con un occhio più attento agli equilibri di sistema. Il rifiuto dell’introduzione di un sistema di ballottaggio fra le coalizioni più votate in mancanza di una che raggiunga o superi il 42% dei consensi è un pedaggio improprio
pagato alla Lega in difficoltà e in parte a FI: il risultato è il rischio di un parlamento senza maggioranze di coalizione.

Una faccenda molto complicata con un panorama di partiti in lotta fra loro, che se non sono obbligati ad essere coalizzati si perderanno in lotte intestine. Basta un’occhiata a quel che sta accadendo nella Lega, ma in misura minore anche in Forza Italia, per farsi un’idea su quel che può accadere nel destra-centro. In parallelo la coesione nel cosiddetto campo largo è una chimera, non solo per la competizione tra Schlein e Conte, ma per il continuo fiorire di manovre di corridoio.

La norma che puntava a contenere il fiorire di listine promosse da personaggi in cerca di palcoscenico è in sé ragionevole, ma si è esagerato nel fissare tetti spropositati per la raccolta delle firme necessarie perché una lista sia ammessa alla competizione. Sarebbe stato sufficiente fissare un numero di firme della metà di quello indicato (3mila anziché 6mila per collegio) e piuttosto stabilire che chi non raccoglie almeno l’1,5 % di consensi, anche se inserito in coalizioni, non abbia diritto ad alcuna rappresentanza e ad alcun peso nel computo dei risultati delle coalizioni (il 3% per le liste che si presentano fuori delle coalizioni è stato mantenuto ed è cosa ragionevole).

Adesso si aspetta di vedere cosa accadrà nel rinvio alla Camera il 28 settembre.

È improbabile che la legge sia bocciata, se Meloni terrà ferma la decisione di dimettersi, in quel caso andando subito ad elezioni anticipate: i parlamentari perderebbero il diritto al conteggio della legislatura per la pensione e la maggioranza dovrebbe affrontare la prova delle urne mentre è in condizioni di instabilità interna. E questo, in gran parte, varrebbe anche per le opposizioni.

Resta il fatto di una ulteriore cattiva prova delle nostre forze politiche, il che non favorirà il superamento della forte quota di astensioni.

vitaTrentina

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