L’estate della Luna quel luglio di 57 anni fa

Prima pagina di Vita Trentina 1969, lo sbarco sulla luna

La notizia

“Gli stessi commentatori ad un certo punto avevano esaurito il vocabolario della meraviglia.

I termini terrestri si scambiavano con quelli lunari. Si avvertiva l’esigenza di un linguaggio nuovo perché quello usuale, nato e ancorato alla Terra, non serviva ad esprimere concetti nuovi a descrivere immagini ed esperienze mai fatte. (…) La conquista della Luna è una sfida morale all’uomo, perché riesca a vivere in pace coll’altro uomo e a sentirlo fratello. Ed è anche una sfida religiosa all’uomo che, pur potente di mezzi scientifici e geniale, ha bisogno di Dio per dare una risposta agli interrogativi più intimi del suo essere. Interrogativi che ritornano anche quando è riuscito a risolvere i problemi spaziali, anzi si ripresentano con forza ancora più stridente. Oggi più che mai si ripropone in modo drammatico all’uomo l’interrogativo di Cristo: ‘Che serve all’uomo conquistare anche tutto l’universo, se poi perde l’anima?’”.

Vita Trentina n. del 24 luglio 1969)

Per chi ha avuto l’occasione di seguirla davanti al televisore (450 milioni di persone, come è stato calcolato su una popolazione mondiale che allora contava 3 miliardi e 361 milioni di abitanti) la notte dello sbarco sulla Luna, fra il 20 e il 21 luglio 1969 resta indimenticabile. Tutti davanti al piccolo schermo a seguire le cronache di Tito Stagno che, minuto per minuto, riferiva sulle manovre della capsula Apollo 11 e sulla delicata discesa, e ancor più difficile risalita del Lem, il “trabiccolo spaziale” che Armstrong maneggiava con perizia e semplicità quasi fosse un ascensore, nonostante la suspense del carburante che rischiava di non bastare e di uno sportello i cui automatismi s’erano bloccati e che solo la manualità del pilota, con un pennarello, riuscì ad aprire.

Resterà sempre “l’estate della Luna” quel mese di luglio di 57 anni fa, mentre il pallido satellite, caro ai poeti, così distaccato ed enigmatico, ma così influente sulla quotidianità della vita (la crescita delle piante, le maree, la nascita dei bambini, l’umore degli uomini…) completava il suo percorso nello spazio custodendo i suoi segreti ma rivelando al tempo stesso la Terra come mai s’era vista. E fu quella, a ben guardare, “l’altra novità” della notte passata insonne, poter vedere la Terra dalla Luna, così come “prima” si era abituati a vedere la Luna dalla Terra, e scoprire che la Terra era bellissima dallo spazio, non appariva come “l’aiuola che ci fa tanto feroci” descritta da Dante nel suo viaggio nel Paradiso, bensì come un’isola di pace, un respiro d’azzurro nell’immensità dello spazio.

Fu quella la visione che accompagnò la speranza delle parole pronunciate da Armstrong quando alle 2,56 (Utc, 4,56 in Italia) del 21 luglio posò il suo piede sul suolo lunare nel Mare della Tranquillità: “Un piccolo passo dell’uomo ma un grande balzo per l’umanità”. Non una conquista, ma la promessa di una nuova consapevolezza umana nell’infinità delle galassie, in un’infinità di creato che non cessa di stupire (come poi dichiararono gli stessi astronauti), inquietare e interrogare l’umanità e che lo sbarco sembrò completare con una rinnovata identità. Perché assieme alla Terra vista dallo spazio l’altra icona davvero storica di quel viaggio resta l’impronta lasciata dallo scarpone cosmico di Armstrong sulla polvere lunare, così simile alla mano dipinta che i primi uomini imprimevano sulle rocce dove trovavano riparo, come segni di una presenza che andava oltre la sopravvivenza, ma si traduceva in arte, in volontà di comunicare ciò che si era e ciò che si capiva, di accogliere i misteri dell’assoluto, di parteciparvi.

Così ancor oggi quell’impronta va letta non come un sigillo di dominio, ma come una presa di coscienza che l’uomo è salito fin lassù per estendere anche allo spazio quella “magnifica umanità” che sta nel conoscere, nel cercare, nel camminare insieme, nel custodire l’universo, non nel possederlo, comperarlo, venderlo, violentarlo e inquinarlo: “Siamo venuti in pace per tutta l’umanità”, si legge sulla targa che venne lasciata sulla Luna.

Del resto, Armstrong venne – esplicitamente – scelto come capo della missione Apollo 11 per il suo carattere più ancora che per la sua perizia di pilota, perché capace di fare squadra, senza voler mai primeggiare o vantarsi dei risultati ottenuti.

In questo senso quell’impronta, quella frase, l’emozione e le speranze che suscitarono e che anche l’editoriale di don Cristelli su Vita Trentina (“Dio e umanità”) riflette, vanno ricordate non per celebrarle, ma per rivendicarle ad un’umanità che deve saper essere generosa, non crudele e vile. Perché il significato profondo di quella “conquista” non sta nell’aver fatto della Luna un’appendice della Terra, una colonia spaziale da occupare tecnologicamente e militarmente, come magari vorrebbero muskismo e trumpismo, ma sta nel portarci a vedere la Terra in altro modo, sta forse nel ribaltare l’antico interrogativo del poeta messo sulle labbra del pastore errante che si chiedeva “che fai tu luna in ciel?”, mentre oggi è l’uomo che osserva la Luna a potersi chiedere, “che fai tu Terra in ciel?”. Perché dalla notte dello sbarco la Luna non è mutata, resta sempre enigmatica nel cielo a muovere le maree e gli umori degli uomini, mentre la Terra ha smarrito, per molti versi ha tradito, le speranze che lo sbarco, e le parole che l’hanno salutato, promettevano.

Non solo le guerre e le violenze sono continuate e continuano “sull’aiuola che ci fa tanto feroci”, ma sono state esportate nei cieli, con i razzi che servono soprattutto ai missili e alle bombe, con lo spazio ormai occupato, fra la Terra e la Luna, dai rottami di 14 mila (e oltre) satelliti artificiali, disgregati, dismessi o perduti, con il cosmo trasformato in discarica come il mare lo è con la plastica … È questa la domanda che oggi la Luna conquistata e forse alla vigilia di una nuova occupazione compiuta dalle potenze con spirito ben diverso, pone all’umanità, perché riscopra la sua profonda identità: “Che fai tu Terra in ciel”? dovrebbe finalmente avere come risposta l’impegno a diventare un’isola di pace per tutta l’umanità.

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