Chi muore lascia trame sospese e orditi inconclusi. Questo è più evidente quando la morte arriva improvvisa o tragica, magari per qualcuno che avrebbe potuto vivere ancora a lungo. Ma vale per tutti. Per lunga che sia stata la vita, restano comunque promesse mancate, progetti iniziati e rimasti sospesi come ponti costruiti a metà, e magari cattiverie e miserie, sepolte qua
e là come mine antiuomo, pronte ad esplodere a distanza di anni.
Ricordare i morti, commemorare i defunti, significa riportare le loro vite alla memoria e al
cuore, e decidere cosa farne. Il ricordo porta con sé la responsabilità di prendere posizione, assumersi – o rifiutare – il carico di questi legami. Queste persone, nel bene e nel male, hanno intrecciato la loro vita con la nostra, solo che la loro vita è finita e la nostra dura ancora. Per questo ricordarli significa fare qualcosa di loro, ora che loro non possono fare più nulla.
Possiamo portare avanti i loro sogni, e questo significa farli diventare i nostri sogni, o almeno mischiare i loro sogni con i nostri, senza più la possibilità del confronto e del dibattito. Possiamo portare avanti i loro progetti, a cui magari mancava poco per riuscire, ma che senza di loro rischiano di restare per sempre a metà. Possiamo rifiutare molto di quello che sono stati, perché non desideriamo essere padri o madri o cittadini come lo sono stati loro.
C’è però qualcosa di specifico, che possiamo fare, oltre a tutto questo, ed ha a che fare con la cura della memoria, o, in termini cristiani tradizionali, la preghiera di suffragio. Questa cura non riguarda tanto il bene che hanno fatto, ma il male che hanno lasciato, le mine che hanno sotterrato, magari senza rendersene conto. Che cosa vogliamo fare con il loro male?
La domanda sembra forse astratta, ma penso che in ogni famiglia si possano riconoscere le ferite che hanno lasciato, nel corpo vivo e presente di una famiglia, coloro che sono morti. Accanto a tante cose buone, ci sono però, piccole e grandi invidie, inimicizie, rancori, trascuratezze, superficialità, egoismi, cattiverie, in una parola ferite, che non sono semplicemente passate perché loro sono morti. Restano fra di noi, i vivi, come delle domande. Cosa vogliamo
fare con queste ferite? Si possono ignorare o affrontare, e se le si affronta si possono approfondire o curare. Si possono ricucire rapporti, lasciar cadere rancori, sdrammatizzare tensioni. Si può dire: «No. Questa cosa è durata fino a qui, ma ora io la finisco».
Questo vale a livello familiare, ma vale ancora di più a livello politico. Ricordare i morti, infatti, non è soltanto il gesto del nipote che porta un fiore sulla tomba del nonno. È ricordare i propri morti – e i morti altrui – a Gaza e Gerusalemme, a Mosca e Kiev. Si capisce che non è un gesto innocuo e si capisce che questo ricordo è carico di scelte, di conseguenze, di futuro. Si possono ricordare i morti per chiedere altri morti, o ricordarli per dire «mai più». In ogni caso si tratta di lavorare seriamente, dentro e fuori di sé, spiritualmente e politicamente.
La preghiera cristiana per i morti, in fondo, è questo. I cristiani ricordano i loro morti alla luce di Gesù, del suo perdono, della sua speranza. Il lavoro da fare, però, non è soltanto cristiano, ma riguarda tutti, credenti di diverse fedi e anche non credenti, perché anche i non credenti hanno i loro morti e i loro complessi ricordi. Ognuno avrà i propri strumenti, i propri momenti e le proprie risorse, ma tutti siamo coinvolti nella memoria di un passato che può essere la nostra rovina o la possibilità del nostro futuro.