«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3)

1 novembre: Domenica XXXI – Solennità di tutti i Santi – A

Letture: Ap 7,2-4.9-14; Sal 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12

«I santi hanno il genio dell’amore» (G. Bernanos): forse per questo, la solennità odierna è una festa particolarmente nostra. Alla domanda dell’anziano dell’Apocalisse — «Questi, che sono vestiti di vesti bianche, chi sono e da dove vengono?» (Ap 7,13) — ciascuno di noi potrebbe rispondere con un lungo elenco di nomi che sono stati per noi frammenti del volto del Padre, segno del Suo amore. Ma è nostra anche perché a quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» (Ap 7,9), apparteniamo anche noi, come promessa e come compito.

La promessa è esplicitata nella seconda lettura: «Sappiamo che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2): l’amore di Dio ci plasma, ci rende figli, santi in cammino verso la piena conformazione a Lui.

Il compito ci è invece suggerito dal vangelo. Gesù sale sul monte come Mosè, si siede come un maestro e per la prima volta parla pubblicamente alle folle e ai discepoli: la sua parola è per tutti. Prima di spiegare come vivere da figli di Dio, Matteo offre nelle beatitudini una sorta di specchio in cui contemplare ciò che siamo chiamati ad essere. Leggendole, appare chiaro che non parlano anzitutto di noi: descrivono Gesù, il Figlio, «mite e umile di cuore» (11,29), il Servo che «non spezzerà una canna già incrinata» (12,20). Le beatitudini sono come le tessere di un mosaico con cui ricomporre il volto di Gesù e, in lui, il nostro volto di figli nel Figlio.

La prima e l’ultima beatitudine contengono la stessa conferma, espressa con un verbo al presente: «di essi è il regno dei cieli». Tutte le altre guardano al futuro: «…perché saranno consolati; perché avranno in eredità la terra; perché saranno saziati; perché troveranno misericordia; perché vedranno Dio; perché saranno chiamati figli di Dio».

Il Regno appartiene già ai poveri in spirito. Per Matteo la povertà è piccolezza, irrilevanza, rinuncia a ogni forma di potere. Il vero povero è Gesù stesso, che sulla croce condivide la sorte di chi è spogliato di tutto. Poveri sono tutti coloro che lo hanno scelto come Signore della propria vita fino a condividerne il destino: la persecuzione diventa allora conseguenza della sequela, test dell’autenticità del discepolato.

Le altre beatitudini declinano la prima. Il povero ha un cuore puro, unificato, filiale, e per questo vede Dio. Mitezza, misericordia, pace e giustizia sono i tratti di questo cuore: rivestito della forza debole del perdono, contempla il quotidiano con lo sguardo stesso del Padre, riconoscendo la vita ovunque si trovi e rinunciando a giudicare.

Sorprende che l’ultima beatitudine, rivolta direttamente ai discepoli, sia la meno consolante: «Beati voi quando vi insulteranno…». Eppure, l’invito è a rallegrarsi ed esultare perché proprio il fallimento e l’opposizione insegnano che non siamo protagonisti della missione; siamo servi di un progetto che appartiene a un Altro.

L’esito del cammino proposto nelle beatitudini è descritto nel brano tratto dal libro dell’Apocalisse: una folla di risorti, un popolo che, senza rumore, si sta già radunando da ogni angolo della terra. È un testo che allarga il nostro orizzonte e dona speranza perché la santità non è un traguardo per pochi eroi, ma il volto di Cristo che sta prendendo forma in ognuno di noi.

Chiediamoci: quale tratto del volto di Cristo, oggi, il Padre desidera far crescere nella mia vita? E quale tratto mi testimoniano le persone che mi circondano?

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