25 ottobre: Domenica XXX – Tempo Ordinario A
Letture: Es 22,20-26; Sal 17; 1 Ts 1,5c-10; Mt 22,34-40
Vivendo in Ghana, dove migliaia di denominazioni si definiscono “cristiane”, mi sorge spesso una domanda: che cosa significa essere cristiani? Credo che anche a noi, Gesù risponda con un solo verbo: «Amare». La sequela, in fondo, si riduce a questo: una risposta d’amore.
È bello che questa sintesi ci venga offerta proprio al termine di un mese in cui abbiamo riflettuto sul nostro essere discepoli missionari. In questi anni ho, infatti, imparato che la missione è una necessità d’amore, una risposta totale a un amore totale: solo chi si sente amato fino alla follia della croce sente l’impulso di renderlo presente agli altri. Per questo la missione è semplicemente vivere il Vangelo: lasciare che la mia vita diventi il luogo dove Cristo può essere incontrato, dove la sua presenza si fa carne nei gesti, nelle scelte, nelle relazioni. È una realtà che non conosce un perché, ma un solo grande per Chi.
La missione sono io, sei tu — nella misura in cui la nostra umanità diventa il luogo dove il grido del fratello incontra l’abbraccio del Padre. Come Paolo ricorda ai Tessalonicesi, questo chiede una consuetudine di vita con Gesù, un lasciarsi trasformare nella mentalità, nella scala dei valori… perché non si può testimoniare Cristo senza rifletterne l’immagine. Missione è imparare a guardare il mondo con gli occhi di Cristo, fino a sentire come Lui ciò che ferisce e ciò che salva.
Per questo il Vangelo lega indissolubilmente l’amore per Dio all’amore per ogni prossimo. E la prima lettura ne svela i volti: il forestiero, il migrante; la vedova e l’orfano, gli indifesi privi di tutela; il povero che possiede soltanto il suo mantello.
Ricordiamo che nella Scrittura la povertà non è voluta da Dio: nasce dall’ingiustizia. Nel deserto nessuno era povero: ognuno viveva della provvidenza, nel segno della manna. Fu con l’insediamento nella terra che sorsero squilibri e schiavitù, fino alla riduzione del fratello a oggetto di profitto. Contro questo la Legge moltiplicò le difese dei poveri — spigolatura, controllo dei debiti, decima, anno sabbatico e giubileo — per restaurare l’uguaglianza originaria voluta dalla creazione e sancita dall’alleanza. E quando il diritto del più forte prevalse, si levò la voce dei profeti: annunciarono il giorno del Signore, in cui Dio stesso si sarebbe schierato con gli ultimi. La missione, allora, non è mai neutrale: prende posizione, si colloca dalla parte di chi è schiacciato.
E noi, da che parte stiamo? Non possiamo amare il Dio che non vediamo senza amare il prossimo che incrociamo a ogni passo; né amare l’altro senza riconoscere in lui un fratello, una sorella, l’immagine stessa di Dio. Quando nelle nostre comunità si diffondono paura ed esclusione, la sindrome del “noi e loro”, dobbiamo chiederci quale Dio stiamo seguendo: il Padre di Gesù, o un idolo costruito sulle nostre paure?
La missione, allora, è il nostro modo di vivere la fede. Non possiamo pregare per i missionari senza che la nostra vita cambi. Siamo chiamati a fare dell’esistenza una missione, vivendo i gesti più piccoli — in famiglia, al lavoro, tra gli amici, nello sport, nelle parrocchie, nell’impegno politico — come un annuncio gioioso: Cristo è in mezzo a noi, e la nostra vita è la risposta d’amore al suo amore. Non si tratta di fare “cose in più”, ma di lasciare che ogni cosa sia trasfigurata da questo amore.
Chiediamoci: da che parte sto? La mia vita rende Cristo incontrabile?