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La storica marcia ideata il 24 settembre 1961 dal pacifista Aldo Capitini mette in cammino da Perugia ad Assisi decine di migliaia di persone e centinaia di associazioni, sindacati, scuole, enti locali, a testimoniare la presenza di una società civile che crede nei valori, che vuole costruire anziché distruggere, collaborare anziché competere, tutelare i diritti delle persone anziché sfruttare. Ogni anno i temi sul tappeto seguono i cambiamenti del mondo, delle politiche internazionali e nazionali. E cercano soprattutto di educare i giovani alla solidarietà, alla pace, al rispetto delle diversità e dei diritti umani.
( Vita Trentina, 3 ottobre 2018)
La marcia Perugia Assisi non è una manifestazione per la pace come molte. È essa stessa una testimonianza di pace. Non prevede raduni nelle piazze, ma una via da percorrere insieme, 24 chilometri di strada attraverso i luoghi francescani quasi per trarre, “insieme”, ispirazione dal paesaggio attraverso il quale passò anche il santo di Assisi per poter poi estendere la sua implorazione di pace a tutti gli uomini. “Signore fa di me lo strumento della tua pace” resta forse la preghiera più bella derivata dal suo insegnamento, col Cantico che riunisce nella lode tutte le creature. Questi versi, alle origini anche della lingua italiana, sono un “imprinting” da non dimenticare posto che ogni letteratura apre prospettive non solo culturali, ma civili ed etiche a chi la percorre. Fece così Francesco, lungo le sue strade, andando ad incontrare il Sultano. ”Insieme” è la parola chiave per comprendere lo spirito di questa marcia, avviata per la prima volta 65 anni fa. Insieme, perché al cammino sono chiamati uomini e donne di buona volontà, tenendo per mano o sulle spalle bambini e bambine dalle provenienze più diverse. Lungo il percorso verso Assisi, che ha svolte, buche e deviazioni come tutte le strade della vita, con i pesi del passato che ognuno porta con sé, la testimonianza di pace accompagna la preghiera del pellegrinaggio. E insieme costruiscono una ricerca della pace, tanto più urgente e necessaria oggi.
Superare gli inciampi delle rivalse e delle vendette armate è la meta della marcia dentro il paesaggio francescano di Assisi: celebrata eccezionalmente in aprile con i giovani ha goduto nell’ottavo centenario del transito di Francesco un respiro di vita nuova. “È dando che si riceve – recita la preghiera – perdonando che si è perdonati, morendo che si resuscita a vita eterna”. Insieme ai giovani Francesco continua anche a vegliare sul creato e sulle creature che ha cantato, a farsi strumento di pace per quanti percorrono la sua strada.
La prima marcia nel 1961 si svolse su ispirazione di un pacifismo laico, ghandiano, non violento, cui subito aderirono presenze del cattolicesimo di pace fiorentino (come Giorgio La Pira), profetiche del Concilio da poco annunciato (gennaio 1959) da Giovanni XXIII, ma con un lungo passato alle spalle. Ci furono incontri fra teologi, pastori (don Lorenzo Milani, padre Ernesto Balducci, padre Alex Zanotelli), testimoni e pensatori di diverse appartenenze laiche e religiose come Danilo Dolci, Ernst Bloc, il Dalai Lama, Italo Calvino. La marcia nacque in questo clima e da un esteso fermento culturale ed esistenziale, volto a disinnescare i venti di guerra che già allora scuotevano il mondo, con i conflitti di liberazione coloniali che rischiavano di estendersi alle grandi potenze, vedi Indocina e poi il Vietnam. Va osservato che la “Baia dei Porci”, il tentativo fallito dell’invasione americana alla Cuba di Castro, inizio della crisi dei missili fra Usa e Urss, risale proprio a quel 1961. Fra tante minacce, sull’orlo di un conflitto atomico, proprio nell’incontro fra diversi la marcia di Assisi diede un segnale forte sul fatto che nessuna ragione poteva giustificare una guerra con la distruzione dell’intera umanità. La prima marcia, di conseguenza, innestò approfondimenti internazionali a livello politico e religioso, confermati poi da quel “capolavoro” che fu l’enciclica Pacem in Terris di Giovanni XXIII nel 1963, volutamente ed esplicitamente rivolta non solo ai credenti, ma a tutti gli uomini di buona volontà.
Già in quella prima marcia Perugia Assisi apparve per la prima volta la bandiera con tutti i colori dell’iride (e dell’arcobaleno) che sarebbe poi divenuta visivamente il simbolo della volontà di pace delle popolazioni in tutto il mondo. Maturarono incontri che sarebbero cresciuti, e si sarebbero confermati, nelle marce successive. Non solo perché il mondo ha sempre più bisogno di pace e perché troppo
spesso il messaggio di Assisi è stato dimenticato ( e basti pensare alla sciagurata guerra nei Balcani, a Gaza, al Libano, fino alla situazione di oggi), ma perché la pace non è un concetto astratto, lontano, ideale, filosofico. Come ha scritto Marina Beretta la pace è un prodotto artigianale da costruire giorno per giorno, ciascuno mettendoci le mani, operando nelle dimensioni della propria vita. È significativo, in tal senso, come i pontefici si siano impegnati personalmente, sulla strada tracciata dalla marcia Perugia Assisi, e come abbiano chiamato a seguirli il popolo cristiano, e non solo. Non a caso Giovanni Paolo II elesse Assisi capitale del dialogo interreligioso (non solo ecumenico, quindi) e non a caso papa Bergoglio proprio da Francesco prese il nome.
Le ultime marce hanno visto crescere i partecipanti fino ad oltre 200 mila. Ma non sono i numeri a pesare; è lo “spirito di Assisi” che può contribuire a mutare i rapporti fra i popoli. Molto significativa in proposito risulta la testimonianza del cardinale Etchegary, già responsabile vaticano per il dialogo interreligioso, su Giovanni Paolo II nel 1986 ad Assisi. Quando si trovava accanto al Dalai Lama, vide alcuni giovani ebrei correre giù dalle tribune della piazza per offrire rami d’ulivo in primo luogo ai musulmani. Anche per sottolineare questo gesto il Papa respinse sempre l’accusa, che da alcuni settori integralisti veniva rivolta ad Assisi di essere espressione di “sincretismo” religioso (le religioni mescolate e confuse insieme). Non è così – diceva Giovanni Paolo II – essere insieme per pregare, ognuno con la sua preghiera, non è sincretismo, ma testimonia l’unità della famiglia umana, basata sulla creazione e sulla redenzione. Le differenze sono meno importanti dell’unità della famiglia umana. Assisi ha permesso a uomini e donne di testimoniare una presenza di Dio nelle loro religioni. Ogni preghiera autentica è ispirata dallo Spirito Santo. Con questo spirito gli uomini di pace prendono la via che da Perugia porta ad Assisi.