«Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?» (Mt 18,21)

13 settembre · Domenica XXIV del Tempo Ordinario – A

Letture: Sir 27,30–28,7; Sal 102; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35

La liturgia ci conduce nel terreno più arduo e più liberante della vita: il perdono. Non si tratta di un sentimento, ma di una scelta che nasce nella relazione con Dio. Il Siracide lo dice con chiarezza: chi chiede a Dio misericordia ma la nega al fratello vive in contraddizione. Solo ricordando la relazione con il Signore, la sua fedeltà e la sua pazienza, il cuore può sciogliersi dal rancore e aprirsi al perdono. Paolo apre il nostro orizzonte: non viviamo per noi stessi, né moriamo per noi stessi. Siamo del Signore: soltanto questa appartenenza rende il perdono possibile.

Il brano evangelico traduce questa verità in un’esperienza concreta, quella di Pietro. Seguendo Gesù, egli ha ormai compreso che il perdono è un dovere, ma rimane prigioniero di una mentalità contabile: vuole un limite che garantisca equilibrio e giustizia, «…quante volte?» (v. 21). Con un’iperbole, Gesù rovescia la logica contabile di Pietro: «…fino a settanta volte sette» (v. 22). Parafrasando una celebre frase potremmo dire che la misura del perdono è perdonare senza misura; al calcolo è sostituita la gratuità, e alla giustizia la misericordia.

Data l’importanza del tema, il Maestro rafforza il suo insegnamento raccontando una parabola (vv. 23-35), dove il mondo della giustizia contabile e quello della misericordia si confrontano.

Un servo indebitato è portato in giudizio: l’impossibilità del pagamento giustifica, da un punto di vista legale, la decisione del re di vendere il debitore, la sua famiglia e tutti i suoi averi. È una logica chiara e prevedibile. Tuttavia, dall’abisso di disperazione del servo scaturisce una supplica che apre una breccia nel cuore del padrone. Si lascia penetrare dalla compassione — un sentire viscerale, materno — che spezza la logica della giustizia. Condona tutto, un debito enorme. Il lettore percepisce la bellezza di questo gesto: la gratuità crea un mondo nuovo.

Proprio per questo, la scena successiva è sconvolgente. «Appena uscito» (v. 28), il servo perdonato non riesce a condonare un debito insignificante di un suo compagno. La sua crudezza scandalizza gli altri servi e il lettore con loro: com’è possibile non condividere la misericordia ricevuta?

E il lettore comprende che la misericordia non è un premio, è un’identità. Chi è figlio del Padre deve riconoscere in ogni “altro” un conservo dello stesso Regno, perché la misericordia ricevuta esige di essere donata.

Nel versetto finale, Gesù abbandona il linguaggio parabolico per rivolgersi direttamente a noi lettori-discepoli. Le sue parole smascherano ogni forma di ipocrisia: ognuno è esistenzialmente debitore nei confronti del Padre. Tolta la maschera del creditore (v. 21), possiamo riconoscere nel volto del servo malvagio il nostro volto, il volto di un debitore infinitamente perdonato ma incapace di perdono. Cogliamo che proprio nella consapevolezza di essere debitore risiede la possibilità di un cammino per ritrovare anche in noi i lineamenti di quel Figlio, mite e umile di cuore (cfr. 11,29), che ha fatto del perdono il suo stile di vita (cfr. 9,12-13). Solo la coscienza d’essere fratelli anche nell’esperienza del peccato rende possibile il perdono di cuore; soltanto percependo di essere esistenzialmente debitori, si coglie la vita come l’infinito tentativo di saldare questo debito con Dio e con gli altri.

Chiediamoci: quando il fratello mi ferisce, mi percepisco ancora come debitore infinitamente perdonato, o continuo a presentarmi come creditore che esige giustizia?

vitaTrentina

Got Something To Say?

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

vitaTrentina