“Pietre di pane memorie di geografie fragili”, alla Galleria Civica di Trento un’indagine sui luoghi vulnerabili e spopolati

È stata inaugurata negli spazi della Galleria Civica di Trento la mostra “Pietre di pane memorie di geografie fragili“, che fino al 15 novembre rivolgerà lo sguardo sull’indagine di quei luoghi vulnerabili e spopolati; geografie culturali in cui sperimentare nuove forme di impegno, cura e responsabilità.

Organizzata dal Mart, l’esposizione approfondisce la propria ricerca sulle geografie fragili: territori segnati da spopolamento, trasformazioni socioeconomiche e processi estrattivi, con particolare attenzione alle terre alte. Il progetto si inserisce nel solco dell’indagine avviata con la mostra Paesi perduti. Appunti per un viaggio nell’Italia dimenticata (Galleria Civica, Trento, 2022-2023), curata da Gabriele Lorenzoni e dedicata ai paesaggi dell’abbandono italiani. Oggi come allora, la prospettiva intreccia fattori antropologici, sociali ed economici, interrogandosi su quali siano i rapporti tra comunità, paesaggio e memoria attraverso il lavoro di artisti e artiste contemporanei. In questa seconda tappa, Lorenzoni è affiancato da Giulia Colletti, rinnovando così il felice sodalizio curatoriale di Allegoria della felicità pubblica, organizzata in occasione di Trento Capitale Europea del Volontariato 2024.

La mostra prende in prestito il titolo della raccolta di saggi dell’antropologo Vito Teti per confrontarsi con uno dei temi centrali del dibattito contemporaneo: il progressivo svuotamento di alcuni territori a fronte della crescita e della concentrazione urbana, un fenomeno che interessa numerose aree in Italia e nel mondo. Lontano da narrazioni nostalgiche e da rappresentazioni dei borghi come luoghi idealizzati, Pietre di pane propone una riflessione critica sulla complessità dell’abitare, sulle forme di marginalità e sulle possibilità di riattivazione dei territori. In questa prospettiva assumono particolare rilievo il pensiero di Teti e la sua nozione di “restanza”: non una condizione di immobilità, ma la scelta consapevole di abitare luoghi segnati da fratture storiche e sociali, attraverso pratiche di cura, responsabilità e immaginazione.

In mostra, circa 50 opere di 31 artisti e artiste danno vita a un percorso che mette in dialogo capolavori delle Collezioni del Mart – fra cui alcuni raramente esposti come quelli di Richard Long e Mirella Bentivoglio –, con opere site-specific di artisti e artiste italiani e internazionali – come Francis Offman e Marina Caneve – e con importanti prestiti provenienti da gallerie e collezioni private – è il caso, tra gli altri, di Ana Mendieta, Shilpa Gupta, Zhanna Kadyrova, Giorgio Andreotta Calò.

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