È quando ci troviamo in una situazione di debolezza, che ci accorgiamo cosa comporta doverla affrontare. Solo allora scopriamo altri che devono conviverci, che ci “stanno dentro” con pazienza e coraggio. Penso ad un’invalidità, alla perdita della persona cara, anche a queste spossanti ondate di calore: giornate “insopportabili”, finché non penso a chi soffre di patologie respiratorie, a chi è costretto a letto, in una stanza o in una cella, a chi suda e sgobba nel cantiere sulla strada assolata.
Ho ritrovato questo pensiero nell’omelia domenicale di don Luigi Verdi, il carismatico animatore della Fraternità di Romena, presso la restaurata pieve romanica in provincia di Arezzo trasformata 34 anni fa in un’accogliente meta di riposo spirituale. Nel suo commento al Vangelo – offerto con il tono di voce che già esprime delicatezza – don Luigi domenica scorsa ci ha indicato l’esempio del seminatore della Parabola che fa i conti con il terreno sassoso: non si stanca di seminare, ha la tenacia di aspettare.
Don Verdi ha invitato a saper guardare con ammirazione a quanti sanno resistere: “La vera fortezza è nella pazienza e nella resistenza – ha aggiunto – quella che ci aiuta a credere all’impossibile, al seme che diventerà frutto”.
Anche a don Luigi non piace “resilienza”, parola ormai logorata dall’uso anche in ambito ecclesiale, preferisce dire: resistenza. E spiega, il fondatore di Romena: “Resiste chi ama qualcuno più di se stesso. Come i genitori di figli paraplegici, che trovano la forza sapendo che tutta la vita dovrà essere così e non sapendo che cosa succederà dopo di loro. Resistono perché amano quel figlio più di se stessi e amano quel seme sapendo che qualcosa porterà. È quella resistenza e pazienza che fa poi nascere la vita più vera”.
Una tantum, dunque, possiamo provare ad elencare alcuni di questi resistenti, con un elogio che può essere loro di incoraggiamento, se non di conforto. Sa resistere la persona con disabilità che fa i conti ogni santo giorno con il peso della limitazione, ma s’inventa il modo per non rimanerne schiacciata.
Sa resistere un genitore che ha perso un figlio e si porterà questo vuoto doloroso fino al termine dei suoi giorni. E cerca comunque di riempirli, attivandosi per far sentire anche agli altri quella presenza, quel vivere “ancora insieme” che proprio a Romena si apprende visitando il giardino dei mandorli, memoria viva dei giovani. Sa resistere un contadino o un allevatore, che vede la propria valle a rischio di spopolamento o di perdita di relazioni e cooperazione, ma prova ugualmente a mettere in piedi un’iniziativa di rilancio o a lanciare una rete di soccorso.
Sa resistere il volontario di un’associazione che raccoglie fondi per una buona causa: anche se frenato dall’indifferenza o dalla burocrazia non si stanca di portare in piazza il suo banchetto.
Sa resistere un giovane che vede i coetanei scappare via per scelte di comodo e si “ferma” a dare agli altri ragazzi del paese quello che lui ha ricevuto, tenendo in vita campeggi, oratori, sale di comunità.
Sa resistere una guida alpina – sì, proprio come l’ultracentenario Bepi, festeggiato in val di Fassa – che anche nell’età anziana, quando le forze calano, si presta ad accompagnare in montagna i ragazzi dell’oratorio.
Infine, sa resistere anche chi ce la mette tutta per resistere e non si rimprovera nulla nel momento in cui deve cedere. Deve sapere però che anche quel seme un giorno fiorirà.