La notizia
Non li costruisce quasi più nessuno e presto scompariranno del tutto, i torchi per vinacce. Ma c’è chi muove controcorrente e ha rimesso in azione, seppure simbolicamente, un fenomenale esemplare di torchio di larice e rovere. Arrigo Pisoni, della quarta generazione di viticoltori Pisoni, ha presentato a Pergolese il torchio “storico” ispirato al Ciclo dei Mesi della Torre dell’Aquila del Castello del Buonconsiglio.
Patrick Zeni (Vita Trentina, 8 aprile 2018)
A quasi un mese dalla scomparsa di Arrigo Pisoni, a 93 anni, resta vivo il ricordo di quest’uomo che tanto ha dato alla sua famiglia, alla Valle dei Laghi e al Trentino. Lo ricorda chi ha lavorato con lui e con i suoi progetti e chi semplicemente l’ha incontrato nella sua casa a Pergolese. Oppure nella cantina antica dove maturano gli spumanti, riposano le grappe, si affinano i vini di San Siro (dal nome della vicina collina) e le etichette della produzione Pisoni. Riflettevano il suo carattere, semplice, ma intenso, avvolgente nel saper coinvolgere e trascinare, un po’ come il bellissimo cavallo a dondolo scolpito nel legno che sulla porta di casa accoglieva gli amici. La scultura in legno, appresa ed esercitata alla scuola di Praso, era diventata l’ultima passione del vignaiolo Pisoni, non poi così lontana dall’arte del distillare, ché se la grappa nasce goccia a goccia da graspe spremute che ai più appaiono uno scarto da gettare, la scultura prende forma, con l’energia e le emozioni che sa trasmettere: dal paziente lavorio della sgorbia su un tronco di legno che par da bruciare, un pezzetto alla volta, per togliere il superfluo fino a rivelare l’anima che dentro il tronco si nasconde.
Il cavallo a dondolo di Arrigo sembra un giocattolo per i bambini, per i nipoti, quasi dimenticato davanti alla casa, ma in realtà rivela l’energia, la vitalità, gli impulsi profondi di Arrigo, il suo progetto di vita volto a togliere non solo dal legno, scaglia a scaglia, le incrostazioni del superfluo, per andare invece alla ricerca dello spirito delle cose, dei sentimenti e dei valori che muovono la realtà, che sono la vita. Suo grande maestro in questo è stato don Vittorio Pisoni, “don zio” come lo chiamavano gli studenti del Liceo Prati del quale era stato catechista a lungo negli anni del fascismo, contribuendo ad educare una generazione di giovani alla libertà e al rifiuto di ogni massimalismo populistico e violento. Il nipote Arrigo lo aveva seguito anche nella passione per la montagna con escursioni ed ascensioni sul Monte Casale, proprio sopra la campagna di Pergolese dove ora sorge il rifugio con il suo nome.
Portare all’eccellenza realtà marginali, povere, trascurate, abbassarsi verso i piccoli, non esaltarsi coi grandi: questo era il paradigma di quell’educazione. Con i cugini Gino e Vittorio Arrigo, s’era poi dedicato soprattutto alla gestione della cantina e della storica distilleria di grappa (fin dai tempi asburgici) che egli rilanciò portando l’arte del “lambiccare” a livelli d’eccellenza. Il tratto distintivo di Arrigo Pisoni era la misura, il voler e saper contemperare la tradizione (si pensi al recupero del torchio per vinacce recupearto dal tempo, qui nella foto di Gianni Zotta) con l’innovazione, in quanto curiosità di scoprire le occasioni che la natura e la laboriosità degli uomini sanno offrire: un tema e un progetto attualissimo oggi che il consumismo informatico dell’artificialità sembra ridurre a schema algoritmico anche le relazioni umane, privandole di originalità creative.
Ad Arrigo Pisoni va riconosciuto però soprattutto il merito di aver fatto capire al Trentino e ai Trentini, che l’agricoltura non è solo un settore produttivo, ma il terreno di crescita e maturazione di ogni progetto sociale e personale, individuale e collettivo.
Perché è l’agricoltura che completa la natura con il lavoro e la collaborazione /passione – fatica dell’uomo, perché in agricoltura non esiste un rapporto di causa-effetto, ma una crescita che solo cielo e terra, spirito e mani possono propiziare. Se il buon seme trova un terreno arido, abbandonato muore, ma se gli uomini, le donne e le loro famiglie l’irrigano il seme cresce e la pianticella che ne deriva dà frutti.
È sempre il lavoro dell’uomo – la sua cura la sua attenzione il suo senso della misura e del limite – che unisce poi i movimenti del cielo (la pioggia il sole e la luna, le escursioni termiche i mutamenti climatici…) ai prodotti della terra, quell’attenzione alle stagioni che oggi viene chiamata agricoltura biodinamica e che in molti casi si rivela un legame fra tradizione e innovazione. L’agricoltura poi, come sapeva bene don Guetti al quale Arrigo spesso si ispirava pur sentendosi autonomo da istituzioni ed etichettature, è anche il motore della collaborazione sociale e, familiare, del saper agire insieme, perché in campagna l’uomo da solo fa ben poco.
Ha bisogno di aiuto (ed è la donna ad essere il sostegno totale, che dà non solo accoglienza, ma radici e bellezza a scelte comuni) e poi di collaboratori e continuatori, i figli. Ed ecco allora la dimensione sociale, non solo affettiva della “famiglia contadina” alla quale Pisoni dedicava cure continue, nel valorizzare la libertà di scelta dei figli, perché seguissero le loro vocazioni e motivazioni, ma al tempo stesso nel coinvolgerli in progetti condivisi. E infatti, rigorosamente, ogni lunedì mattina tutti i figli si riunivano a casa con papà Arrigo, per esaminare i problemi della campagna e della cantina, valutare le decisioni, decidere i programmi, suddividere i compiti.
La campagna deve unire, non dividere , la campagna merita una partecipazione corale di passioni intuizioni e competenze, nella campagna sta l’identità personale e familiare, ma anche l’identità di un territorio, di una autonomia equilibrata, come è e come vuole essere il Trentino. È questo il messaggio, l’augurio, che Arrigo Pisoni voleva trasmettere e continua a rivolgere ai figli, agli amici e alla sua terra.