La gente, o almeno la gran parte, non se ne rende conto, ma chi frequenta gli ambienti politici e soprattutto il cosiddetto circo mediatico (giornali, talk, social vari) vede un clima che si surriscalda sempre più. Si dirà: cosa loro, ed in effetti per molti aspetti è così, ma per esperienza si sa che poi in qualche modo queste zuffe tracimano e avvelenano il clima generale.
Di nuovo: c’era da aspettarselo con un referendum in cui dell’oggetto specifico, complicato da comprendere, non si discute perché non è coinvolgente a livello di popolazione generale. Difficile che la metà che non vota alle elezioni si muova per scegliere la tecnica migliore per fare in modo che la magistratura autogoverni le sue carriere sfuggendo però alla tentazione di trasformarsi in una corporazione che pretende di governare oltre quel limite e si creda, giacobinamente, il corpo dei salvatori eletti della sfera pubblica. Ed è difficile trovare la spinta per decidere e per recarsi alle urne anche per una parte di quei cittadini che hanno votato alle elezioni.
Allora buttiamola, come si dice volgarmente, in politica, anzi, come si dice a Roma, buttiamola in caciara.
Agli osservatori attenti non sarà sfuggito che progressivamente tutti i partiti, dopo aver mosso i rispettivi sponsor nel circo mediatico, entrano sempre più direttamente in campo nella speranza di trarre un vantaggio per le prossime elezioni da come finirà col voto referendario. Il sistema dei partiti italiani è in fibrillazione, perché percepisce che l’opinione pubblica è sempre più in movimento di fronte ad un mondo che non riesce più a capire. Parole di saggezza trovano scarsa eco: ci si permetta di segnalare il bell’intervento fatto dal presidente della CEI card.
Zuppi, equilibratissimo, in cui muovendo dall’amara constatazione di un mondo che sta tornando a mettere in cattedra la forza ha invitato a riscoprire le radici del dialogo e della comprensione. Ha parlato anche del referendum, invitando i cittadini a farsi carico di una scelta informata per scegliere il modo migliore per avere un sistema giudiziario responsabile verso il suo ruolo. Ma siccome non ha detto se era a favore del Sì o del No e non ha invitato i vescovi a dare direttive, il suo discorso non ha avuto eco né da una parte né dall’altra.
I partiti, tutti, sono interessati a due cose, in verità confliggenti fra loro: da un lato ciascuno a lisciare il pelo ai propri pasdaran, dall’altro a schierarsi dalla parte che si suppone vincente per trarne un auspicio di vittoria alle prossime elezioni nazionali.
Così FI presenta tutto come una riscossa postuma di Berlusconi, e il PD, o meglio il suo attuale vertice, sposa la panzana che la nuova organizzazione delle carriere dei magistrati segnerebbe la fine dello stato costituzionale.
Abbiamo citato queste due posizioni perché sono emblematiche di due scelte per compiacere un certo tipo di elettorato. Poi ci sono tutte le infinite variazioni sulla prospettiva di avere PM e giudici succubi del potere politico (sebbene non ci siano norme che facilitino questo più di quel che è possibile fare anche col sistema attuale) e sulla mitologia di un sistema giudiziario che con una diversa organizzazione delle carriere e della responsabilità dei magistrati diventerebbe magicamente efficiente ed equilibrato.
Tutto dipende dal fatto che, al contrario di ciò che dovrebbe ispirare il principio referendario (chiedere ai cittadini un giudizio su una questione specifica prescindendo dagli schieramenti dei partiti), si spera che il voto del 22 e 23 marzo prossimi segni la vittoria definitiva o la sconfitta definitiva dell’attuale maggioranza politica. Se giudichiamo da come sono andati i referendum precedenti, si potrebbero escludere entrambe le prospettive: al massimo ci saranno ricadute su qualche gruppo dirigente, ma sarà in qualche modo confermata l’attuale situazione di un paese spaccato come una mela fra il consenso ad una nuova destra confusa e più che ondivaga e quello ad un cosiddetto campo largo fatto di molti galli in un solo pollaio interessati più a beccarsi fra loro che a produrre una razionale alternativa, il tutto con un quoziente di astensionismo che non pare destinato a ridursi.
Vale la pena per un risultato del genere mettere ulteriormente in crisi quel tanto di coesione del Paese che pure sopravvive e che è più che mai preziosa a fronte degli inquietanti cambiamenti internazionali in atto? È quanto ci chiediamo noi, modesti osservatori di provincia, e quanto crediamo sarebbe importante si chiedesse una classe dirigente degna di questo titolo.