“La sofferenza degli israeliani non può essere messa in competizione con la sofferenza dei palestinesi. Non c’è una gara a quale dolore ha più valore”. Sono le parole pronunciate da fra Francesco Patton, custode di Terra Santa, davanti al pubblico riunito in sala cooperazione venerdì 3 dicembre per la presentazione del libro-intervista scritto assieme all’inviato dell’Osservatore Romano Roberto Cetera, dal titolo “Come un pellegrinaggio. I miei giorni in Terra Santa” (Terra Santa Edizioni).
“L’atteggiamento con il quale sono andato in Terra Santa – racconta fra Francesco – è quello del pellegrino. Sono stato pellegrino in Terra Santa due volte, prima di andarci da Custode. Ho cercato quindi di approfittare di questo tempo che mi veniva dato, per fare un pellegrinaggio un po’ più tranquillo… A Natale avrò la grazia di celebrare la Messa di mezzanotte davanti alla mangiatoia a Betlemme, e così per tutte le feste durante l’anno… questo è un dono grande: per noi non è un luogo semplicemente di lavoro e servizio ma la terra che ci riporta alla vita di Gesù in maniera molto concreta”.
L’arcivescovo Lauro ha ringraziato fra Patton “perché in questi anni egli ci ha aiutato a voler bene alla Terra Santa. Lo abbiamo visto diventare palestinese, israeliano, identificarsi con questa terra di cui è Custode. L’aggettivo ‘santo’ – ha aggiunto Tisi – per noi è sinonimo di ‘pulito’, ‘perfetto’, ‘senza sbavature’. Mi piace invece dire che il sinonimo di santo è ‘amato’. La Terra Santa è terra amata. Amata da un Dio che vi si è fatto storia, carne, concretezza, un Dio ancora tutto da scoprire: amore senza fondo, amore che abbraccia il nemico”.
LA SITUAZIONE IN SIRIA
Lo sguardo di Patton e Cetera, sollecitati dalle domande del giornalista Rai Massimo Mazzalai, partono dalla recente “rivoluzione” in Siria dove, dopo il crollo del regime, cresce la speranza, pur nella grande incertezza.
“La presenza cristiana in Siria purtroppo, dopo 14 anni di guerra civile, si è ridotta drasticamente: prima – spiega Patton – erano il 10%, oltre due milioni, ora sono meno di mezzo milione… In questi anni è stata riconosciuta ai cristiani e ai nostri frati una grande capacità di dialogare con tutti e soprattutto di non discriminare. Ad Aleppo, ad esempio, si è operato alla pari con ragazzi e giovani cristiani e musulmani, alcuni di questi ex militanti di Al Qaida. Abbiamo portato avanti un progetto di alfabetizzazione delle mogli degli ex jihadisti, felici di aver imparato a leggere e scrivere per sperare di avere un po’ di autonomia economica. Dopo il terremoto che ha colpito duramente la città, nella nostra struttura abbiamo accolto più di seimila persone”.
IL DRAMMA DI GAZA
L’inviato dell’Osservatore invita a non dimenticare l’oblio in cui è piombata Gaza dove un’ecatombe di ben 45mila morti è seguita al drammatico attentato del 7 ottobre. “L’odio – dice Cetera – in terra Santa è antropologico. Lo vedi camminando per strada”.
Quanto a prospettive di dialogo, non si tratta solo di ipotizzare “due popoli – due stati”: “Gli accordi di Oslo (1995, n.d.r.) fallirono – aggiunge il giornalista – non perché era stato ucciso Rabin o perché era morto Arafat, ma perché sono rimasti accordi politici, non sono mai stati metabolizzati dalla società civile”.
Qualche passo in questa direzione è però possibile. E la strada è nella testimonianza dell’israeliana Rachel, mamma di Hersh, preso in ostaggio il 7 ottobre. La donna fino all’ultimo – spiegano Cetera e Patton – ha sperato nella liberazione del figlio, incontrando anche da papa Francesco. A fine agosto suo figlio è stato ucciso. “Rachel offre – a giudizio di Patton – una possibile uscita dallo scontro. Lei ci insegna infatti a non mettere mai la sofferenza degli uni in competizione con la sofferenza degli altri. Non c’è una gara a quale dolore ha più valore. Bisogna che noi israeliani – ci disse – impariamo a conoscere la sofferenza dei palestinesi e loro imparino a riconoscere la nostra. Solo in questo modo potremmo arrivare ad accettarci reciprocamente. Ciò che abbiamo sperimentato soprattutto nell’ultimo anno è invece – conclude Patton – l’utilizzo di un linguaggio de-umanizzante, in cui si delegittimava la dignità personale. E allora diventa difficile fare passi insieme”.