IL COMMENTO:
Il documento di Italia Nostra, di cui riportiamo i passaggi centrali, è molto chiaro. C’è da aggiungere che il caso Zangola riapre tutto il discorso del costruire in montagna in un contesto di cultura alpina, dai paesi ai rifugi. Le nostre autorità, spinte dalle pressioni degli interessi economici, non rilasciano troppe “deroghe”, penalizzando invece chi vuol fare un piccolo intervento sulla sua abitazione? L’aumento di volume concesso a certi rifugi, la concessione perché aumentino l’altezza di un intero piano, la sostituzione di pietre e legno con ampie vetrate “panoramiche” stravolgono la stessa funzione degli edifici, ne mutano il carattere, vanno contro una tradizione che è diventata uno stile di misura, di sobrietà, di cui andare orgogliosi e da rispettare. Il rifugio, infatti, non è un salone in quota (come una malga non è un capannone). Certo è bello poter mangiare avendo davanti agli occhi la vista delle montagne, ma un “rifugio” deve anche e soprattutto saper comunicare un senso di protezione, di raccoglimento, di calore umano nell’accoglienza nei giorni, non certo infrequenti, di maltempo. Nelle giornate di sole il rifugio è ben godibile anche all’aperto, su un tavolo di legno di fronte alle cime. Con tempo minaccioso si cerca un angolo di stube, il contatto con una panca o una finestra di legno che spesso non si trovano più, come in certe nuove malghe, rispetto alla cura con cui erano costruiti gli edifici antichi (si pensi al “vecchio” rifugio Tuckett, all’effetto accoglienza che si prova entrando). Sono strutture che rischiano di diventare sgradevoli, questo è il punto, che non riescono più a trasmettere il senso della montagna. Tutelare le vecchie tipologie non è così rinunciare al “nuovo”, o ritornare con nostalgia a tempi passati, ma rivendicare il valore di una cultura ambientale di cui la modernità ha sempre più bisogno. – F.D.B.
La montagna trentina, nella sua irripetibile bellezza naturale e ambientale è sempre più spesso segnata e ferita da luoghi (ma forse sarebbe meglio dire “non luoghi”) dove alla montagna viene rubata la sua specificità per stravolgerla, spesso con interventi presuntuosi, attraverso strutture estranee ai suoi valori. Al visitatore, all’escursionista, al turista, viene così sottratta la montagna vera ed al suo posto gli viene contrabbandata una montagna fasulla, palcoscenico di eventi mediatici e di false modernità che ne distorcono il messaggio, in una situazione che, come un boomerang, finisce per ritorcersi contro chi l’ha provocata.
L’ultimo episodio, l’ultimo sfregio alla montagna trentina riguarda la Zangola, la malga che sorge nella piana di Nambino, sopra Pinzolo, dove parte il sentiero per raggiungere il bellissimo laghetto, approccio anche alla classica passeggiata dei “Cinque Laghi”. La malga, riciclata da tempo in discoteca, era andata a fuoco alcuni anni fa e ora verrà ricostruita (è sul terreno degli usi civici di Fisto, paese della Val Rendena,) secondo un “rendering” che ne stravolge la tipologia e il posizionamento, tanto da provocare un preciso documento di denuncia e protesta culturale da parte della sezione di Trento di “Italia Nostra”, da 60 anni in prima fila contro i soprusi sulla montagna.
Si vuole che la Zangola riprenda ad essere una malga per la movida del “dopo-sci”? Va bene, ma che si rispetti la tipologia delle costruzioni in montagna, della loro antica sapienza costruttiva, senza umiliare l’ambiente in cui sono collocate. Cosa che dalla “nuova” Zangola non traspare certo (il progetto della costruzione, secondo il rendering, pare quello di un ufficio pubblico di serie B in una periferia urbana) e la cosa stupisce, anche perché la Rendena può vantare su progettisti di grande capacità e qualità, come risulta da alcune recenti opere nelle delicate ambientazioni di Val Brenta e Vallesinella.
Ed è su questo che richiama l’attenzione il documento di “Italia Nostra” di Trento, a firma del suo presidente, l’architetto (giudicariese) Manuela Baldracchi: stride che siano proprio le Asuc, giustamente gelose del proprio territorio, a banalizzarlo, e che ad essere presa di mira sia proprio la piana di Nambino, “porta” su paesaggi che sono fra i più belli delle Alpi. “Il progetto (…) non è solo un altro grave e pesante sopruso intentato ancora una volta ai danni del paesaggio campigliano, ma è un’offesa diretta al cuore di chi la montagna la vive, la sente, la rispetta. È un atto di arroganza, teso a sopraffare tutto ciò che la storia del luogo e più in generale la storia della cultura alpina hanno per lungo tempo sedimentato sul territorio. (…) È un progetto che intende aprire una nuova frontiera: la conquista dei luoghi di pace per imporre nuovi codici, sia costruttivi che comportamentali.
È l’asservimento ad un concetto di turismo non interessato alla conoscenza del luogo e della sua storia, ma che sempre più tende a sovrapporvisi completamente, con le proprie “esigenze”, dettate da gente che non si accontenta e nemmeno rispetta (…)”. “Sorprende e lascia amareggiati – prosegue Italia Nostra – l’arroganza con cui operatori turistici propongono di sostituire non solo le forme dell’architettura ma anche la cultura di un luogo con un approccio irrispettoso, fatuo, superficiale. In questo caso non sembra che l’ASUC di Fisto abbia correttamente interpretato il suo ruolo (…) Molti sono gli interrogativi che sorgono. Abbiamo davvero bisogno in Trentino di omologarci alle esigenze della movida a tutti i costi e in tutti gli ambienti, soprattutto se ancora incontaminati? Di portare musica ad alto volume, chiasso, luci cangianti, un nuovo hotel, una ristorazione fast food in un contesto alpino? (…) Senz’altro la CPC (Commissione per la pianificazione territoriale e paesaggio) della Comunità delle Giudicarie saprà dare le risposte più adeguate ad una proposta così aggressiva e completamente priva di sintonia con il contesto e richiedere che l’edificio della malga venga rispettato e valorizzato quale elemento di carattere del luogo”.
“Non è possibile – conclude il documento – accettare il sopruso dell’effimero e della superficialità sulla cultura di montagna. L’invasione non ha più limiti, raggiunge ora anche i luoghi più preziosi sotto l’aspetto naturalistico e paesaggistico, ma deve venire arginata”.