Lo spirito delle pievi per ripartire insieme

Di fronte alla nuova realtà di ambiti territoriali molto ampi bisogna recuperare un forte senso di corresponsabilità

Correva l’anno 2001 quando un prete nativo di Salter e parroco a Sanzeno, dal passato illustre di vicario generale della diocesi, mons. Severino Visintainer, individuava due possibilità sulla strada di una “nuova evangelizzazione”: il prete “col lampeggiatore”, che corre qua e là come un matto ad amministrare i sacramenti, oppure il “riconoscimento generalizzato e istituzionalizzato di un livello di presenza e animazione pastorale proprio della comunità”.

Gli scenari da “prete che manca” che all’alba del nuovo millennio cominciavano a prefigurarsi, ora che ci avviciniamo al 2020 si manifestano in tutta la loro problematicità. Ne sono chiara evidenza gli ambiti territoriali amplissimi di cui i parroci delle valli del Noce ormai devono farsi carico. Forse meno con i campanili e i campanilismi, dato che le dimensioni allargate date dalle storiche circoscrizioni pievane hanno mantenuto una forte identità e unione. Forse da qui, da una storia che ci accompagna fin dalle origini, si può ripartire.

Da esse può partire la formalizzazione di un indirizzo che risponda alle aspettative della comunità cristiana attraverso un nuovo senso di corresponsabilità sulle sorti della comunità stessa. Parroco e fedeli protagonisti insieme, in cui le opere di misericordia, alla fine gran parte della vita della parrocchia, sono compito di tutti e in cui il parroco diventa una sorta di sovrintendente, di coordinatore: del resto, non significa proprio questo la parola greca “episcopèin”, da cui viene il nome di vescovo? Una sorta di “segno dei tempi”, da vedere in ottica provvidenziale, in cui la comunità è chiamata, insieme, a reggere questa nuova, ma alla fine neanche tanto, forma di chiesa, che veda cristiani vivaci e impegnati a fare la propria parte insieme al sacerdote.

La Chiesa è l’insieme delle persone che costituiscono la comunità, quindi la comunità stessa si fa carico della sua crescita morale e spirituale. Una richiesta di protagonismo che viene da una società che nelle valli del Noce vive una situazione socio-economica in evoluzione: con il turismo e l’agricoltura ormai consolidate basi economiche rispettivamente della Val di Sole e della contigua Val di Non, ma con una crescente sensibilità di compenetrazione tra i settori, in un’avviata ottica di reciproca valorizzazione. Agricoltura di montagna e turismo hanno intrapreso da qualche anno una strada comune, capace di fare sistema e rete, offrendo opportunità di sviluppo che, dopo decenni tesi solo a conseguire risultati in termini di quantità, oggi guardano alla qualità dei prodotti e delle esperienze offerte al turista. Si potrebbe dire, un processo di maturità dell’economia turistica di massa nata negli anni Sessanta del Novecento: fenomeno che ha travolto, dal punto di vista sociale e culturale il vecchio mondo contadino. Una tradizione e una cultura che tuttavia sono sopravvissute, grazie alla pluridecennale attività di associazioni nelle due valli, salvando un patrimonio che oggi è ulteriore risorsa per il futuro. Anche piaghe sociali storiche come l’alcolismo e il suicidio, in regresso, hanno trovato negli ultimi tempi forti risposte proprio dai gruppi sociali di auto-mutuo aiuto sostenuti dalle istituzioni pubbliche. Segno evidente di una società forse matura per una ulteriore chiamata di responsabilità, su basi chiare e una condivisa suddivisione di compiti. Per evitare evasioni di campo e marce indietro mortificanti rispetto all’impegno di uomini e donne che vogliono essere protagonisti della vita delle proprie comunità.

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