Non c’è porta che tenga

In principio c'è stata La Piovra. Abbiamo perso il conto del numero di serie che mettevano in scena la mafia siciliana sugli schermi Rai rischiando alla fine di trasformarla in mito. Erano gli anni Ottanta e Novanta. Poi l'Ammiraglia Rai ha corretto il tiro con l'autorialità di Cammillleri e il carisma di Zingaretti nei panni del commissario Montalbano, che nell'immaginario televisivo antimafia riusciva a includere anche il volto cinematografico di don Pino Puglisi. Alla fiction più popolare si erano affiancati nel frattempo anche film, come quello di Faenza appunto, e film-tv biografici dedicati ai carabinieri, ai poliziotti, ai giudici, ai preti caduti per mano della malavita organizzata.

Ma non pensavamo di vedere portata in scena direttamente l'altra faccia della luna, il volto rassicurante e rispettoso, familiare, di Cosa nostra. In effetti mancava ai nostri schermi, e Bruno Vespa non ha saputo resistere alla tentazione. Portare in studio il figlio di Totò Riina e provare a metterlo a confronto con il volto pubblico del padre, o meglio con le azioni del padre, in particolare quella contro il giudice Falcone, la moglie e gli agenti della sua scorta.

“Abbiamo intervistato il figlio di Totò Riina – ha affermato in apertura il conduttore – perché per la prima volta avremo il ritratto della vita della più importante famiglia mafiosa italiana vista dall’interno, con il racconto di 24 anni di latitanza pressoché indisturbata, la copertura totale dei familiari, la solidarietà diffusa del proprio ambiente. Un ritratto sconcertante, certo, ma per combattere la mafia – che gode tuttora di protezioni diffuse – bisogna conoscerla bene e, a nostro avviso, per conoscerla bene sono utili anche interviste come quella che vedremo tra poco.”

Sconcertante, certo. L'intervista ha sortito l'unico effetto di mostrarci l'esistenza auto-giustificata di un'altra morale, che si appella a Dio riconoscendo solo alcuni dei suoi comandamenti e in particolare quelli relativi al “rispetto della famiglia”. Una doppia morale che discende da una doppia realtà, quella interna alla famiglia e quella esterna. La prima è quella vera, quella che conta, l'altra è tutta da provare e quand'anche provata non si giudica: “non spetta al figlio giudicare il padre”, o la madre, e qualsiasi azione da lui compiuta.

Atavico. C'è il clan familiare, persone riconosciute, e c'è lo Stato, un'entità con le sue leggi e i suoi giudizi discutibili. Atavico e laureato.

Non lo sapevamo forse? A che cosa è servito mostrarlo in tv, se non a rafforzare quanti vivono ancora in quella cultura atavica. Il retaggio primitivo non si scalfisce con la sola modernità e saperi cognitivi. In quella cultura valgono i simboli e Vespa gliene ha offerto uno su di un piatto d'argento: un modello imperturbabile.

È il nuovo corso della Tv pubblica? La nuova tv maestra di umanità “differenti”?

vitaTrentina

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