“No Other Choice” di Park Chan-wook: il lavoro a qualunque costo

No Other Choice di Park Chan-wook, segue la storia di You Man-su (Lee Byung Hun), un esperto nella produzione di carta con alle spalle ben 25 anni di carriera.

La sua vita sembra perfetta, ha un lavoro stabile, una casa accogliente, una moglie affettuosa, Miri (Son Yejin), e due figli che ama profondamente. È talmente appagato che può affermare, senza esitazioni, di avere tutto ciò che desidera. Ma questo apparente equilibrio si spezza all’improvviso. Un giorno, senza alcun preavviso, viene brutalmente licenziato.

Colto di sorpresa, e inizialmente incredulo, Man-su promette a se stesso e alla sua famiglia che troverà presto un nuovo impiego. Comincia così un lungo e faticoso percorso fatto di colloqui falliti e lavoretti precari, tra cui un impiego in un piccolo negozio. I mesi passano, e la sicurezza che un tempo dava per scontata inizia a sgretolarsi.

Rischia persino di perdere la casa, simbolo dei suoi sacrifici e della stabilità costruita con anni di impegno. In un gesto disperato, si presenta di persona alla Moon Paper, una delle aziende più importanti del settore, nella speranza di consegnare il suo curriculum. Ma invece di essere ascoltato, viene ignorato e umiliato dal caporeparto Choi Sun-chul (Park Hee Soon), che lo respinge senza troppi complimenti.

Ferito nell’orgoglio, ma non ancora sconfitto, Man-su prende una decisione radicale. Se nessuno è disposto a concedergli un posto, allora se lo creerà da solo perché la sua esperienza vale più di mille parole, e non ha intenzione di arrendersi. Il mondo del lavoro in crisi, i licenziamenti dopo l’arrivo di nuovi proprietari, un’immagine di un capitalismo brutale sono tematiche affrontate spesso dal cinema, oltre che dai mezzi di comunicazione.

Certo però nessuno l’ha fatto come Park Chan-Wook, acrobatico narratore coreano capace di ogni equilibrismo con la macchina da presa, che in questo caso intesse una complicata ed elaborata trama per raccontare una storia che altri autori avrebbero raccontato con lunghe meditazioni depresse.

Qui la vitalità non manca mai e il film è ricco di imprevisti e colpi di scena. Park Chan-Wook è uno dei maggiori virtuosi della macchina da presa, è capace di creare una fluidità di racconto davvero sbalorditiva, giocando con gli spazi e gli angoli di ripresa con una vivacità e un entusiasmo che risultano creativi, non gratuiti.

Il film, specie nella scelta estrema del protagonista, va visto e letto non in modo realistico, ma come una metafora, una critica ad un mondo del lavoro sempre più disumanizzante. (Acec)

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