Quello di Donald Trump di fronte alla Knesset, il parlamento di Israele, è stato uno show che non si vedeva da tempo. Frasi come “La guerra è finita, la pace è stata fatta”; “Oggi è un nuovo inizio per l’intero Medio Oriente”; o ancora “Un’epoca d’oro per la regione”.
Iperboli condite di ottimismo e di autocelebrazione, come è nello stile del presidente americano. Certamente meritate in questo caso, visto lo sblocco della fase uno del suo piano con il ritorno degli ultimi 20 ostaggi israeliani a casa e il rilascio di quasi 2000 prigionieri palestinesi. C’è da chiedersi come mai il piano per l’intricatissima situazione a Gaza abbia iniziato il suo percorso, mentre sul fronte dell’altro conflitto fra Russia ed Ucraina non si sia ottenuto ancora nulla.
Eppure, una delle ragioni della vittoria di Trump nelle elezioni dello scorso novembre è stata proprio la sua promessa di chiudere il conflitto in Europa nel giro di 24 ore.
La realtà, al di là degli slogan elettorali, è che su Vladimir Putin il tycoon americano non aveva in mano sufficienti armi di ricatto e di pressione. La farsa dell’incontro a due ad Anchorage in Alaska ha dimostrato chiaramente che Trump aveva fatto la figura del Re Nudo. Diversa la posizione di Washington nei confronti di Benjamin Netanyahu. Alleato storico degli americani e con un carattere autoritario molto simile a quello di Trump, il leader israeliano ha pensato che l’appoggio statunitense non sarebbe mai venuto meno. Ed in effetti Trump non ha fiatato per mesi di fronte alla carneficina dell’esercito di Israele contro i palestinesi di Gaza.
Solo quando le manifestazioni di esecrazione nel mondo sono drammaticamente esplose e diversi paesi occidentali, fra cui Inghilterra e Francia, hanno annunciato il riconoscimento della Palestina, il tycoon ha compreso che il chiudere gli occhi di fronte alla tragedia non gli conveniva più. Dopo essere anche intervenuto militarmente accanto ad Israele nel distruggere i siti nucleari in Iran ed indebolire il grande nemico fiancheggiatore dei movimenti terroristici antisraeliani, Trump ha realizzato che per lui il solo appoggio ad Israele non poteva bastare. Il presidente americano, in effetti, è stato l’ideatore, già nel corso del suo primo mandato presidenziale, degli accordi di Abramo.
L’ambizioso progetto di mettere assieme i paesi sunniti del Medio Oriente e dell’Africa (Sudan e Marocco) in una grande alleanza di sviluppo economico, all’interno della quale il ruolo di Israele con le sue capacità scientifiche ed industriali sarebbe stato essenziale. La fine della guerra di Gaza costituiva quindi un passaggio importante per le ambizioni di Trump. È questo uno dei motivi per cui l’attacco aereo di Netanyahu contro Doha nel Qatar, volto a decapitare la testa politica di Hamas, ospitata e sovvenzionata largamente dall’emiro al-Tani, ha rappresentato un gravissimo errore. Non tanto per avere clamorosamente fallito il bersaglio, ma per avere colpito uno dei mediatori chiave nei tentativi di pressione su Hamas.
Ciò ha convinto Trump a prendere di mira lo stesso alleato Netanyahu mettendolo con le spalle al muro per fargli digerire il suo piano in 20 punti che, pur non citando mai la Palestina, di fatto obbliga il leader israeliano a prendere le distanze dalla destra religiosa estremista che tiene in piedi il suo governo e che sogna ancora il “Grande Israele” con la conquista non solo di Gaza ma perfino della Cisgiordania allo scopo di eliminare qualsiasi rischio di nascita dello stato palestinese.
Il fatto che negli obiettivi di Trump non vi sia solo la pacificazione a Gaza e in Cisgiordania è bene illustrato dal secondo atto della sua giornata in Medioriente. Cioè, l’incontro per la firma del piano americano a Sharm el Sheik assieme ad una folta delegazione di leader arabi e musulmani per sottolineare l’ampiezza dei confini dei futuri, possibili accordi di Abramo. Dalla Turchia all’Arabia Saudita, dall’Indonesia al Qatar.
Una grande fonte di ricchezza e di sviluppo economico per l’intera regione, con una bella fetta di guadagni anche per gli Usa e magari per la stessa famiglia Trump, già inserita nel circuito mediorientale attraverso il genero Jared Kushner, promotore dei primi accordi di Abramo. Assenti al vertice di Sharm el Sheik sia i rappresentanti di Hamas che lo stesso Netanyahu per l’opposizione personale di Tayyip Erdogan, il presidente turco decisivo per convincere Hamas ad accettare la prima fase del piano di Trump.
Tutti felici e contenti quindi? Non proprio, anche perché è noto come i restanti 19 punti del piano Trump siano molto generici e dovranno quindi essere perfezionati passo dopo passo.
Già oggi emerge, ad esempio, il tema della sicurezza nella parte della Striscia di Gaza liberata dall’esercito israeliano. I reduci di Hamas (qualche migliaio), verosimilmente rafforzati dal ritorno dei prigionieri palestinesi, hanno già cominciato a pretendere di rivestire con la forza il ruolo di polizia e sicurezza interna che avevano prima della guerra. Lo fanno a causa del vuoto lasciato dal ritiro israeliano ed in assenza di quella forza di stabilizzazione internazionale prevista dal piano Trump, ma lungi dall’essere costituita.
Insomma, la partita per la pace sarà lunga ed irta di ostacoli. L’ottimismo certamente serve, ma mantenere i piedi per terra anche. Vorrà Trump esercitare la stessa pressione di questi giorni su Israele e sul resto del Medio Oriente? Di fronte alla sua volubilità c’è da dubitarne.