Il ciclone Trump destruttura l’Occidente

Il presidente Trump firma ordini esecutivi nell’Ufficio Ovale. L’accesso al mercato americano, afferma la Casa Bianca, è un privilegio, non un diritto © foto www.whitehouse.gov

L’imbarazzante show di Donald Trump nel giardino delle rose alla Casa Bianca non faceva preannunciare nulla di buono. Non solo per i dazi, un chiodo fisso nella testa del presidente americano fin dalla sua giovinezza, ma per il significato politico che questa recita stava a significare per il mondo intero. E cioè fine dichiarata del sistema multilaterale voluto dalla stessa America alla fine della Seconda guerra mondiale e che ruotava intorno alle Nazione Unite e a quel sistema di regole, a cominciare dal commercio mondiale, che doveva evitare mosse unilaterali contro altri paesi. Invece la mossa azzardata di Trump, anche se ampiamente annunciata, ha riportato il mondo ai tempi del più bieco e pericoloso protezionismo. Tutti oggi si sentiranno autorizzati ad erigere nuove barriere e tariffe in reazione alle decisioni di Washington. A cominciare, naturalmente, dalla Cina il vero concorrente economico degli Usa. E così è stato.

Più in generale la “guerra dei dazi”, vecchia espressione del passato tornata oggi di moda, significa chiusura nazionalista e autarchica della più antica democrazia del mondo e del motore dell’economia globale. Non è difficile quindi immaginare che i tempi che ci aspettano saranno di grandissimo disordine economico, ma anche di ulteriore declino delle ormai poche nazioni democratiche che ancora sopravvivono e valutano la cooperazione internazionale come un bene per l’intera umanità. Ed ecco quindi entrare a pieno titolo negli obiettivi distruttivi delle politiche trumpiane anche l’Unione europea, ultimo vero esempio di collaborazione multilaterale in un mondo sempre più abitato da potenze sovraniste e autoritarie. La nostra UE subirà infatti con enorme difficoltà l’attacco di Trump, non tanto per i dazi al 20% cui in qualche modo potrà rimediare, ma per la perdita del suo maggiore e più fedele partner in questi 80 anni di alleanza transatlantica. Già stiamo soffrendo una guerra di aggressione nel cuore dell’Europa da parte della Russia ed oggi a questo fronte minaccioso siamo costretti ad aggiungere un’altra sfida esistenziale al nostro Ovest. Con l’aggravante che a soffrirne è il concetto stesso di Occidente come sistema di democrazia liberale e di sicurezza sia economica che militare. Purtroppo in tutti questi decenni l’UE ha vissuto con una certa inerzia la propria alleanza con Washington. Ha pensato cioè di creare le basi di una grande potenza economica e commerciale internazionale, appaltando allo stesso tempo la propria sicurezza e difesa agli Usa nell’ambito della Nato.

Soprattutto dopo la fine della guerra fredda l’UE ha pensato in primis al proprio benessere sociale ed economico sfruttando quel dividendo della pace che la vittoria dell’Occidente sull’Unione Sovietica le aveva fatto intravvedere. La denuncia negli ultimi decenni di diversi presidenti americani nei confronti della scarsa partecipazione degli europei alle spese per la sicurezza comune, sono diventate con il secondo Trump un ricatto ultimativo vero e proprio. Basta vivere di rendita. Anche gli europei devono accollarsi il peso della propria difesa. Ma se questo ragionamento ha una certa dose di razionalità, molto più difficile è accettare sia il netto isolazionismo americano sia la volontà di Trump di agire come potenza mondiale anche in contrasto con gli interessi europei. Così sta avvenendo sul cruciale dossier dell’Ucraina nei confronti del quale il rapporto diretto con Vladimir Putin e l’accantonamento di Zelensky mettono in crisi l’enorme contributo sia economico che militare che l’UE ha offerto in questi tre anni di guerra, contributo del tutto paragonabile a quello Usa (104 miliardi di dollari contro 103 americani).

Ma a destrutturare il grande Occidente democratico contribuiscono altri fattori della politica trumpiana. Il primo è la dichiarata intenzione di conquistare altri territori dalla Groenlandia a Panama in palese contrasto con le norme del diritto internazionale che tanta parte hanno avuto nell’evitare i conflitti. Inoltre, assieme alle richieste territoriali, nelle dichiarazioni del tycoon di Washington vi è anche il possibile uso delle armi, cioè della guerra. E se anche non fosse la guerra, ecco tuttavia ritornare il concetto di aree di influenza per le grandi potenze del mondo. Non sarebbe quindi stupefacente che gli Usa di Trump decidessero di riconoscere a Putin il proprio diritto di annettersi parte o tutta l’Ucraina in parallelo alla pretesa americana sulla Groenlandia. Ma allora si aprirebbe un vaso di pandora con la Cina alla conquista di Taiwan, con la Nord Corea verso il sud della penisola e così via.

In questo mondo di interessi conflittuali e guerreschi a perderci sarebbe certamente l’Unione europea che come semplice “Potenza Civile”, e cioè economica, farebbe fatica a mantenere perfino la propria unità. Senza un ulteriore progresso verso un’integrazione politica completa, l’UE rischia davvero di assistere perfino al proprio interno al ritorno dei nazionalismi e dei protezionismi che tanto negativamente hanno contraddistinto la sua storia nella prima metà del Novecento. Dai dazi alla guerra il passaggio non è poi così distante e invalicabile.

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