È dalle elezioni europee del 9 giugno che stiamo aspettando la nascita del nuovo “governo” dell’UE. Finalmente dopo un lunghissimo e travagliato percorso in questa settimana sarà rivelata la seconda Commissione affidata ad Ursula von der Leyen.
Se si confronta la velocità con cui Donald Trump II, a cominciare dalle primissime ore dopo le elezioni, sta mettendo in piedi il suo nuovo esecutivo bisogna purtroppo ammettere che l’UE non ha per nulla le caratteristiche di una vera e propria federazione. Anzi, in una Unione a 27 siamo costretti a constatare una crescita costante del potere degli stati membri nel decidere le mosse e le politiche dell’UE malgrado i grandi poteri “teorici” della Commissione, l’esecutivo dell’Unione.
Lo stesso Parlamento europeo è un coacervo quasi inestricabile di interessi nazionali non sempre in linea con quelli dell’intera Europa. In effetti i membri della rieletta Assemblea di Strasburgo hanno una doppia legittimazione. La prima, pesantissima, è quella nazionale. A ben vedere, infatti, le elezioni per il PE trattano pochissimo di questioni comunitarie e tantissimo delle lotte di potere nazionali: rappresentano in definitiva un test sui governi in carica e le relative opposizioni. Questo peso politico nazionale condiziona enormemente la seconda legittimazione: l’appartenenza ai gruppi politici sovranazionali che in qualche misura riflettono le formazioni politiche tradizionali (socialisti, popolari, liberali, ecc.), ma che per trattato dovrebbero unicamente sostenere l’interesse comune dell’Unione. Questa contraddizione strutturale si è ben vista nella tormentata nomina dei vicepresidenti della Commissione e in particolare di Raffaele Fitto ministro e membro di FdI inviso ai socialisti europei, ma con l’eccezione del PD italiano, o della socialista spagnola Teresa Ribera che è stata ostacolata fino all’ultimo dal Partito Popolare di Madrid in opposizione al governo socialista di Pedro Sànchez di cui la Ribera faceva parte.
Alla fine, obtorto collo, la contesa nazional-europea ha trovato la strada di un compromesso politico per aprire la strada alla conferma parlamentare della von der Leyen. Ma se per mettere in piedi l’esecutivo di Bruxelles la strada è stata lastricata da compromessi sia sui programmi inizialmente proposti dalla presidente in pectore della Commissione sia sui nominativi dei commissari ora ci si aspetterebbe un soprassalto di responsabilità da parte delle istituzioni comunitarie.
Mentre noi ci guardavamo l’ombelico nel rispettare le lentissime e complesse procedure comunitarie, la situazione internazionale intorno all’Europa è ancora più intricata di sei mesi fa quando siamo andati alle urne. Se sul fronte est la guerra russo-ucraina non fa altro che peggiorare giorno dopo giorno, ad essa si aggiunge ora anche l’incertezza ad ovest delle politiche che deciderà Trump dopo il 20 gennaio. Ma c’è poco da illudersi. Ormai il presidente americano non rappresenta una novità, ma la sua evidente volontà di “vendetta” finirà per ripercuotersi anche sull’UE. Sicuramente Trump non ama l’UE, quindi dovremo porre grande attenzione al suo ricorso alle politiche bilaterali paese per paese mettendo ad esempio dazi alle auto tedesche o all’agroalimentare italiano.Il rischio è quindi quello di un graduale trasferimento delle produzioni industriali negli Stati Uniti per sottrarsi alla minaccia delle barriere al commercio. Vi è quindi un urgente bisogno di attrezzare le istituzioni europee alle sfide che ci vengono dall’esterno. A cominciare naturalmente da una politica industriale e dei capitali comuni che trattenga gli investimenti da noi e accresca la competitività delle nostre industrie. Ma allo stesso tempo va chiarito il nostro impegno sulla transizione verde con politiche di formazione e del lavoro compatibili con gli obiettivi del rispetto ambientale. Né sono da dimenticare guardando ad est, ma non solo, le tematiche relative alla nostra dimensione di sicurezza e difesa non tanto attraverso il raggiungimento del 2% del Pil nazionale richiesto da Trump per partecipare alla Nato, ma con la creazione di un consistente fondo comune per l’industria della difesa. Ma soprattutto vanno migliorate le istituzioni comunitarie ed abolito il diritto di veto.
Nel passato le migliorie al funzionamento dell’UE sono sempre passate dall’accordo fra Francia e Germania. Ma in questi mesi il “motore” dell’integrazione europea si è inceppato. In Francia il governo Barnier si regge precariamente sul beneplacito dei neofascisti della Le Pen. Il Presidente Emmanuel Macron rimane un grande sostenitore dell’UE ma la sua credibilità è meno di zero. In Germania la situazione, se possibile, è ancora più drammatica. L’economia va male, il governo Scholz è agli sgoccioli e le sue aperture (telefoniche) a Putin accompagnate dal rifiuto di fornire i missili Taurus all’Ucraina rendono ancora più incomprensibile la sua politica ad est.
Insomma c’è poco da aspettarsi dai due paesi chiave e la responsabilità delle risposte da dare alle grandi sfide ricade inevitabilmente su Ursula von der Leyen, la quale pur con i gravi limiti istituzionali del suo potere non potrà accontentarsi di essere una brava manager come nella precedente legislatura, ma avere quella capacità di visione strategica che convinca l’Unione a rimanere unita ed autonoma per affrontare il minaccioso mondo esterno.