Armageddon Time, un’apocalisse Familiare

scena tratta dal film “Armageddon Time”

Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse, ancora nelle sale, è uno di quei film sempre più rari che si rivolgono a tutta la famiglia, sia per il brio della narrazione, sia per i contenuti non banali che vengono trasmessi. Nel 1980, alla vigilia della vittoria di Reagan su Carter alla Presidenza degli Stati Uniti, Paul, è il figlio minore di una famiglia borghese del Queens, a New York. È un ragazzo bravo a disegnare e con una sensibilità particolare, ma anche con la tentazione ribelle di fare indispettire il professore. Come lui è Johnny, compagno di colore che vive con l’anziana nonna.

Fra i due si crea un legame speciale, ma poi i ragazzi eccedono e il loro sogno di evasione si infrange nella bravata di rubare un computer a scuola. È così che la realtà si disvela nella sua tragicità. “Il tempo dell’Apocalisse”, infatti, è quello in cui, anche un ragazzo che sta facendo i primi passi nel mondo, si imbatte negli incubi che la sua famiglia ha cercato di sopire e con la drammatica situazione sociale americana, in cui la discriminazione razziale, purtroppo, inquina ancora fortemente le coscienze di molti. Paul, per il reato commesso, subisce l’ira violenta del padre, ossessionato da un imperativo categorico accecante e viene spostato in una scuola privata. Costretto a separarsi da Johnny (a cui è stata attribuita ingiustamente la maggior responsabilità del furto) il protagonista affronta il nuovo ambiente scolastico perbenista con il suo sguardo libero e vorrebbe ribellarsi al mainstream discriminatorio e razzista dei nuovi compagni di scuola.

Mentore che con affettuosa saggezza lo rinforza in una coscienza scevra da pregiudizi è nonno Aaron, il perno della famiglia, come ammette il genero con gratitudine, alla sua morte. Un uomo che ha saputo ripartire, oltreoceano, fuggendo dalla follia antisemita del nazismo e che, proprio per la sua storia, non può assecondare le ingiustizie sociali che si perpetuano nell’America apparentemente democratica e tollerante. Se il retaggio della Shoah – sia detto con il massimo del rispetto – è un tema che il cinema hollywoodiano rischia di inflazionare, lo scavo delle relazionim famigliari è ciò che attrae nel film con tratti autobiografici dell’autore James Gray. In una buona performance corale, emergono – come prevedibile – l’intensa fragilità che Anne Hathaway sa donare alla madre di Paul, vaso di coccio fra un padre patriarca inseparabile e un marito più instabile e frustrato e la rassicurante presenza di sir Anthony Hopkins che – vincitore di due premi Oscar e candidato altre quattro volte – nei panni del nonno è sempre un Re Mida della recitazione contemporanea, capace di illuminare ogni sua scena.

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