Marina Sakharov-Liberman: “Se non distinguono più vero e falso, l’autoritarismo ha buon gioco”

Marina Sakharov-Liberman, vicepresidente della fondazione Andrei Sakharov che promuove iniziative a sostegno dei diritti umani nel mondo, è nipote di Andrei Sakharov, fisico, premio Nobel per la pace e una delle più grandi voci morali del XX secolo, e si impegna a perpetuarne l’eredità promuovendo programmi di borse di studio in fisica intitolati a Sakharov presso prestigiose università di quattro paesi. Crede, come lui, che la scienza sia un ponte che deve rimanere in piedi, soprattutto in un mondo che si trova ancora una volta dilaniato da profonde divisioni civili

Rispetto dei diritti umani libertà di ricerca e di dissenso, sorveglianza digitale e intelligenza artificiale sono i temi al centro dell’intervista a Marina Sakharov-Liberman, nipote dello scienziato e dissidente sovietico Andrei Sakharov, Premio Nobel per la pace nel 1975, che porta avanti con determinata convinzione lo stesso impegno del nonno nella difesa dei diritti umani, del disarmo e della libertà di pensiero.

A Trento mercoledì 27 maggio per l’intitolazione di un’aula dell’Università al prof. Lev Petrovich Pitaevskii in compagnia dal padre prof. Michail Liberman,  vecchio collega di Pitaevskii quando entrambi lavoravano all’Istituto Kapitza di Mosca,  accompagnata da Sandro Stringari, professore emerito dell’Università di Trento e Accademico dei Lincei, Marina Sakharov si è recata in mattinata al cimitero monumentale di Trento per un omaggio sulla tomba del prof. Pitaevskii e ha fatto poi visita alla redazione di Vita Trentina, apprezzando la mostra “Un secolo di caratteri… e di carattere”, ospitata al secondo piano del polo culturale Vigilianum in occasione del  centenario del nostro settimanale.

Marina Sakharov e il prof. Sandro Stringari, accompagnati dal caposervizio Augusto Goio, visitano la mostra “Un secolo di caratteri… e di carattere” sulla storia di Vita Trentina, ospitata al polo culturale Vigilianum di Trento

Marina Sakharov-Liberman, qual è il significato della sua presenza a Trento per l’intitolazione di un’aula a Lev Petrovich Pitaevskii?

Mio padre, anch’egli professore di fisica teorica, ha lavorato fianco a fianco con Lev Pitaevskii a Mosca per oltre vent’anni. Lo conoscevo e lo ammiravo da sempre. Da bambina, condividevo alcuni dei suoi hobby, come la ricerca di funghi vicino alle nostre case di campagna fuori Mosca. Molto più tardi, quando decisi di creare un fondo per studenti di fisica di talento in onore di mio nonno, mi rivolsi a Lev Petrovich per chiedere aiuto. Accettò di diventare membro del consiglio di amministrazione, conferendo immediatamente maggiore credibilità alla mia iniziativa. Grazie al suo incoraggiamento, il fondo prese forma e da sei anni assegniamo borse di studio a giovani fisici di talento. Ci mancano la sua gentilezza, il suo carisma e la sua disponibilità ad aiutare i colleghi scienziati. Siamo profondamente grati che la comunità scientifica di Trento custodisca il suo ricordo.

Qual è la situazione degli scienziati che lavorano attualmente in Russia?

Lev Pitaevskii appartiene alla schiera di scienziati russi che lasciarono il paese durante il collasso della scienza russa negli anni ‘90: una crisi straordinaria, con i finanziamenti crollati in termini reali di circa l’80% in pochi anni; tra 500.000 e 800.000 scienziati lasciarono il paese. È una vera tragedia che la scienza russa si trovi di nuovo in crisi oggi. Da febbraio 2022, le conseguenze sono state gravi: le sanzioni hanno limitato l’accesso ad attrezzature e reagenti; l’accesso alle riviste e la pubblicazione sono sospesi o sotto esame; agli scienziati russi vengono regolarmente negati i visti per partecipare a conferenze in Occidente; i progetti di ricerca congiunti sono stati congelati. Il CERN (Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire, il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle situato nei pressi di Ginevra, in Svizzera, ndr), che ha formalmente interrotto i suoi rapporti con la Russia nel 2024, è una di queste vittime. L’attuale fuga di cervelli, a differenza di quella degli anni ‘90, ha motivazioni politiche: gli scienziati che si oppongono alla guerra sono costretti ad andarsene. Chi rimane subisce pressioni per firmare dichiarazioni di fedeltà, e chi ha firmato petizioni contro la guerra ha perso il proprio posto di lavoro. Alcuni procedimenti giudiziari per presunto tradimento hanno instaurato un clima di paura. Gli scienziati che rimangono patiscono una situazione non scelta da loro, stretti tra il rifiuto in Occidente e la coercizione in patria.

Quali sono le iniziative più recenti della Fondazione Andrei Sakharov in difesa dei diritti umani?

La Fondazione Andrei Sakharov è un ente benefico con sede negli Stati Uniti, fondato nel 1993 per portare avanti l’eredità del premio Nobel per la pace Andrei Sakharov: il suo messaggio di pace, i suoi avvertimenti sui pericoli della guerra termonucleare e la sua convinzione che la scienza e la libera ricerca siano inseparabili dalla dignità umana. Il nostro impegno per i diritti umani rimane immutato; ci sforziamo di aiutare ovunque ce ne sia bisogno, in particolare quando sono coinvolti gli scienziati. Negli ultimi sette anni, la Fondazione ha anche sviluppato importanti programmi scientifici, sostenendo giovani fisici di talento in diversi paesi.

Ritiene che la diffusione della sorveglianza digitale e dell’intelligenza artificiale comporti rischi per i diritti civili?

I regimi autoritari hanno sempre monitorato i dissidenti. Quando mio nonno fu esiliato a Gorky nel 1980, era sottoposto a una sorveglianza che coinvolgeva fino a trenta agenti ogni giorno. La Stasi della Germania dell’Est accumulava dossier sui propri cittadini che si estendevano per oltre cento chilometri. Oggi la minaccia non è solo maggiore, ma è qualitativamente diversa. L’IA automatizza la sorveglianza e la profilazione su una scala mai vista prima, consentendo ai governi di tracciare intere popolazioni. La dimensione della disinformazione è altrettanto grave: i video deepfake, che partono da contenuti reali per modificarli o crearne di nuovi, falsi, circolano oggi in quantità e con una fedeltà inimmaginabili cinque anni fa.

La tecnologia in sé non è né democratica né autoritaria: amplifica le intenzioni di chiunque la utilizzi. L’intuizione fondamentale di mio nonno era che un sistema incapace di tollerare informazioni sincere su sé stesso diventa incapace di correggere i propri errori. La sorveglianza digitale e la disinformazione generata dall’intelligenza artificiale rendono più difficile per i cittadini parlare con sincerità al potere e ricevere informazioni sincere dal mondo che li circonda. Una democrazia in cui il dissenso può essere identificato e represso in tempo reale, e in cui il patrimonio comune di informazioni è inondato di falsi costruiti ad arte, si trova ad affrontare una versione della stessa crisi epistemica che ha fatto crollare il sistema sovietico: una crisi che non si manifesta attraverso i gulag, ma attraverso il silenzioso degrado delle condizioni che rendono possibile il libero pensiero. È sorprendente che l’enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone, pubblicata il 25 maggio, giunga a una diagnosi quasi identica, partendo da un punto di vista completamente diverso. Leone, citando Arendt, avverte che l’autoritarismo prende piede quando la distinzione tra vero e falso crolla, e insiste sul fatto che la verità deve essere trattata come un bene comune piuttosto che come proprietà di chi detiene il potere. Osserva che la tecnologia non è mai neutrale, perché assume le caratteristiche di coloro che la progettano, la finanziano e la utilizzano, e che il controllo dell’intelligenza artificiale non può essere lasciato nelle mani di pochi. Mio nonno, fisico e ateo, e Leone, un Papa che scrive nella tradizione della Rerum Novarum, avrebbero avuto opinioni molto diverse. Ma su questo si sarebbero capiti immediatamente: una società in cui i cittadini non possono più parlare con sincerità al potere, e in cui le informazioni che giungono loro sono sempre più artificiose, ha perso le condizioni per poter correggere i propri errori. Mio nonno ha visto quel sistema chiuso fallire una volta, dall’interno. L’avvertimento, oggi, è che una società aperta può perdere le stesse condizioni per una via diversa: non attraverso la censura, ma attraverso un’inondazione.

Alcune democrazie consolidate mostrano segnali preoccupanti di una riduzione degli spazi per manifestare il dissenso. Si tratta di un pericolo reale?

I dati sono inequivocabili: dal 2016, un numero sempre maggiore di paesi ha registrato un calo netto, anziché un miglioramento, delle condizioni democratiche: il declino consecutivo più lungo da quando la Ong International IDEA ha iniziato a raccogliere dati – guarda caso, nel 1975. Non si tratta di una battuta d’arresto temporanea. Anche democrazie occidentali consolidate, come Italia e Stati Uniti, sono oggi nella lista degli Stati che mostrano segnali di una pericolosa deriva autoritaria. Le libertà civili hanno subito compromissioni consistenti, con la libertà di stampa e la libertà di espressione tra le più colpite. Due forze, in particolare, sono all’opera. La prima è la frammentazione del contesto informativo, che ha reso più facile il mantenimento di realtà parallele e l’erosione dei fatti condivisi su cui si basa la responsabilità politica. La seconda è la narrazione legittimante: la crescita e la stabilità della Cina vengono sempre più spesso citate come prova di un “vantaggio autoritario”, e le persone, lo sappiamo, apprezzano la stabilità e la prosperità. Anne Applebaum ha descritto il cambiamento in modo molto diretto: tutti davano per scontato che in un mondo più aperto e interconnesso, la democrazia e le idee liberali si sarebbero diffuse negli Stati autocratici; nessuno immaginava che, al contrario, l’autocrazia e l’illiberalismo si sarebbero diffusi nel mondo democratico. Ma è proprio ciò che i dati mostrano oggi. Ciò che la storia conferma inequivocabilmente è che la tradizione dei diritti individuali, che ha reso le democrazie occidentali mete attraenti e potenze economiche, non è una faccenda puramente estetica, bensì strutturale.

Mio nonno lo aveva intuito: un sistema che non tollera un feedback sincero su una guerra o un’economia in crisi perde la capacità di autocorreggersi. I segnali preoccupanti nelle democrazie odierne non sono solo morali, ma strutturali. La differenza rispetto al caso sovietico, come ha sottolineato anche Applebaum, è che i sistemi democratici possiedono ancora strumenti concreti di autocorrezione: tribunali indipendenti, una stampa libera, una società civile organizzata, le urne. Regredire non è un destino. Questi meccanismi si dimostreranno sufficientemente solidi? Ecco, è questa la questione politica cruciale della nostra epoca.

Come possiamo recuperare lo spirito degli Accordi di Helsinki nel mondo multipolare di oggi?

Il cinquantesimo anniversario degli Accordi di Helsinki nel 2025 è stato un momento di commemorazione e al contempo di doloroso confronto con la realtà. Mentre i diplomatici si riunivano a Casa Finlandia per celebrare i cinquant’anni degli Accordi, proprio quello stesso giorno i missili russi colpivano Kiev. Gli Accordi di Helsinki funzionarono nel 1975 in parte perché l’Unione Sovietica, nonostante il suo autoritarismo, era una potenza che privilegiava lo status quo e il riconoscimento. La Russia di oggi è una potenza revisionista che sta attivamente smantellando il quadro che un tempo aveva sottoscritto, usando il suo diritto di veto per paralizzare la stessa istituzione creata per difendere i principi di Helsinki. Nel frattempo, gli Stati Uniti si sono almeno temporaneamente ritirati dal ruolo che hanno svolto per ottant’anni, lasciando che una fragile coalizione di leader europei regga un peso maggiore di quello per cui era stata concepita. Eppure, lo spirito di Helsinki sopravvive, è portato avanti dalla società civile, dagli Stati del Nord e dell’Europa centrale, che hanno una memoria storica diretta di ciò che la sua assenza ha significato, e da leader che comprendono che sicurezza e diritti umani sono indivisibili, non priorità in competizione.

Vale la pena ricordare che le disposizioni di Helsinki sui diritti umani, liquidate all’epoca da molti diplomatici occidentali come una foglia di fico, sono diventate lo strumento che mio nonno a Mosca, Havel a Praga e Wałesa a Danzica hanno usato per trasformare impegni scritti sulla carta in forza politica. Il sistema sovietico non è stato sconfitto dagli eserciti; è stato svuotato dai cittadini che hanno insistito, per usare le parole di Havel, a vivere nella verità. Helsinki viene recuperata nello stesso modo in cui è stata resa reale la prima volta: non nelle cancellerie, ma da coloro che chiedono ai propri governi e ai governi degli altri paesi di attenersi ai suoi principi. Il rinnovamento politico all’interno della Russia – precondizione per qualsiasi riavvicinamento duraturo – rimane una prospettiva lontana. Ma lontano non significa impossibile. Il sistema sovietico, che un tempo sembrava inamovibile, non è sopravvissuto a lungo a mio nonno.

Cosa resta, oggi, dell’esempio di suo nonno?

La convinzione che l’opera della ragione e della coscienza debba continuare anche quando le probabilità sembrano invitare a desistere. Voglio ricordare le parole conclusive del suo discorso di accettazione del Premio Nobel: “Dobbiamo adempiere alle esigenze della ragione e creare una vita degna di noi stessi e degli obiettivi che percepiamo solo vagamente”. Queste parole furono scritte per un mondo che viveva all’ombra degli arsenali nucleari, diviso dall’ideologia e apparentemente intrappolato in un confronto permanente. Non furono scritte per tempi più facili. Furono scritte per tempi come questi.

Nel 1944, Niels Bohr si recò da Roosevelt e Churchill per avvertirli che la bomba atomica non era una nuova arma, ma un nuovo mondo, per dire loro che i politici non comprendevano il potere che i fisici stavano conferendo loro e che, senza un controllo internazionale, le conseguenze sarebbero state catastrofiche. Oppenheimer, dopo Hiroshima, fece la stessa considerazione a Truman. Mio nonno, che costruì la bomba all’idrogeno sovietica, trascorse gli ultimi decenni della sua vita lottando per far comprendere ai politici i pericoli di ciò che aveva creato.

Non è un caso che, quando papa Leone ha presentato l’enciclica Magnifica Humanitas, avesse al suo fianco Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, avvertendo, con gli stessi termini usati da Bohr ottant’anni fa, che la tecnologia oggi nelle mani di governi e aziende ha conseguenze che non sono pienamente comprese da coloro che la detengono. Come già accaduto in passato, gli scienziati hanno conferito ai leader un potere straordinario. Loro lo hanno sottovalutato. Spetta alla società civile, ancora una volta, impegnarsi a insistere sui limiti necessari per garantire la sopravvivenza dell’umanità

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