7 giugno: Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – A
Letture: Dt 8,2-3. 14-16; Sal 147; 1Cor 10,16-17; Gv 6,51-58
«…colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6,57).
Esistono realtà talmente presenti nella nostra vita da rischiare di essere banalizzate dall’uso. Una di queste è, inaspettatamente, l’eucaristia. È un mistero talmente profondo da risultare incomprensibile e, contemporaneamente, talmente quotidiano da perdere quella connotazione di salutare scandalo, percepibile sia nella domanda dei primi ascoltatori di Gesù (Gv 6,52), sia nella decisione di molti discepoli di abbandonare la sequela (Gv 6,66).
Per riattivare la nostra consapevolezza, la liturgia oggi ci convoca per fare memoria e lasciarci ferire da un dono‑compito che plasma la nostra identità di discepoli. Non si tratta della semplice partecipazione a un rito, ma della scelta di chi vogliamo essere, del progetto che decidiamo di realizzare nella nostra vita. Celebrare l’Eucaristia significa lasciarsi trasformare in persone e comunità eucaristiche, prolungamento dell’umanità del Cristo nella storia che ci è donata di vivere. In quest’ottica, la domanda con cui Gesù interpella i suoi – «Forse anche voi volete andarvene?» (Gv 6,67) – deve permanere nel nostro cuore come una sfida a conoscere chi stiamo seguendo e a verificare la verità del nostro essere discepoli.
Il discorso di Gesù si apre con un’affermazione netta: «Io sono il pane della vita» (v. 51), approfondita attraverso il confronto con la manna. Mentre il pane donato nel deserto non poté salvare il popolo dalla morte, questo pane donerà la vita eterna a chi di esso si nutre. La persona di Gesù è, dunque, garanzia di vita. Il versetto prosegue con una puntualizzazione contrassegnata dal cambio dei tempi verbali: dal presente si passa al futuro — questo pane sarà dato e diverrà carne per la vita del mondo. Possiamo intravedere un’allusione all’esperienza della croce, che trasformerà «il Verbo fatto carne» (1,14) in «carne data per la vita del mondo».
Il v. 52 riferisce lo scalpore prodotto dalle parole di Gesù: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù non solo non modifica il linguaggio per attenuare lo scandalo, ma lo amplifica caparbiamente, aggiungendo a «mangiare la carne del Figlio dell’uomo» l’espressione «bere il suo sangue».
La presenza martellante dei verbi mangiare e bere indica la necessità di assimilare la carne e il sangue del Figlio, perché divengano nostra carne e nostro sangue. Assimilare la carne e il sangue del Figlio, divenire Lui, permette di vivere l’esperienza della risurrezione nel quotidiano (v. 53). Diventare corpo di Cristo dona di dimorare in Lui per essere, come Lui, inviati: «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me» (v. 57). Come Gesù vive per il Padre (v. 57a), così colui che mangerà la carne di Gesù vivrà per Lui (v. 57b).
Con questa promessa Gesù conclude il discorso, chiedendo alla folla e ai discepoli di camminare nella fede. I suoi interlocutori non sono pronti a un Dio che osa entrare così profondamente nella vita da farsi carne e sangue. E noi? Dove siamo?
Credo che la Parola oggi intenda scuoterci dal nostro torpore, invitandoci a riflettere sulla rilevanza ecclesiale di questo dono: celebriamo l’eucaristia per divenire eucaristia, il Corpus Domini incontrabile nella storia.
Chiediamoci: siamo consapevoli che l’amen pronunciato nel momento in cui accogliamo il corpo di Cristo dichiara la nostra disponibilità a essere Lui, pane spezzato e vino versato per la vita di tutti?