Qualcuno gli ha domandato se fosse stato in sinagoga per una festa ebraica. Altri gli hanno detto: «Ehi don, stai bene vestito da rabbino!» oppure: «Don, ti prepari a diventare vescovo? ». Altri ancora gli hanno chiesto semplicemente il perché. Lui è don Mario Gretter, da pochi mesi parroco di tre parrocchie meranesi e decano nella città del Passirio. Per una settimana, a metà aprile, ha deciso di indossare la kippah (la tipica “papalina” ebraica) per lanciare un segnale contro l’antisemitismo e l’intolleranza religiosa. «Dopo aver letto sul giornale dell’aggressione a una coppia che indossava la kippah mentre passeggiava a Roma – spiega – e memore di alcune mie esperienze di aggressione al Cairo, quando ero per strada con confratelli francescani ».
A proposito di violenze a sfondo religioso, ce n’è per tutti. È di pochi giorni fa la diffusione di un video che mostra il brutale attacco a una suora francese per le strade di Gerusalemme: immagini che raccontano la violenza, l’indifferenza di alcuni, ma anche la reazione di chi non accetta tutto questo – un aspetto che però ha fatto meno notizia. I commenti sui social – a cominciare da chi considera l’atto come “esempio di sionismo” fino a chi scrive che “Adolfo non si sbagliava” – sono di per sé la prova del fatto che l’antisemifossili tismo teorico e pratico è vivo e vegeto.
«Ho pensato all’articolo 19 della Costituzione e al fatto che spettasse anche a me, come uomo di fede, sottolineare il diritto alla libertà religiosa con un segno concreto», continua don Mario. Al Cairo, a suo tempo, non era andato in vacanza, ma per studiare l’arabo e l’islam, così da poter poi impegnarsi, come ha fatto con un incarico diocesano, nel dialogo ecumenico e interreligioso.
Merano conosce bene l’antisemitismo. La sinagoga c’è davvero, costruita nel 1900 da una vivace comunità ebraica che, tra la fine dell’Ottocento e gli anni Trenta, contribuì in modo significativo allo sviluppo della città.
Una presenza spazzata via prima dalle leggi razziali del 1938 – italiane -, poi dalla retata nazista e dalla deportazione del settembre 1943.
Oggi si tende talvolta a collegare gli atti di antisemitismo al fatto che «i responsabili delle comunità ebraiche non hanno mai condannato il genocidio di Netanyahu ». Così si estende ancora una volta a tutti gli ebrei – realtà tutt’altro che monolitica – la responsabilità delle azioni e delle parole di alcuni. Senza alcuna consapevolezza storica, si diffondono fotogrammi niente affatto diversi dalle caricature della propaganda antisemita del secolo scorso. Sia chiaro: l’antisemitismo non va mai confuso con le legittime critiche al governo dello Stato di Israele. Ma capita pure che le critiche allo Stato di Israele (o, come si usa dire impropriamente, “lo Stato ebraico”) nascondano qualche punta di sentimento antisemita. In Medio Oriente è la complessità assoluta e non si lascia appiattire sugli eventi attuali. E in molti casi di violenza (dai femminicidi ai genocidi), c’è sempre qualcuno che riduce tutto a un «se la sono cercata». Non è solo questione di razzismo ignorante. Come ricorda Claudio Magris, «l’antisemitismo è qualitativamente diverso dagli altri odi razzia- li o ideologici, pur egualmente abietti, perché si nutre di secoli ed è culminato in un vertice supremo del male, la Shoà».
«Credo che l’antisemitismo, come tante altre forme di violenza verso coloro che una parte della società considera “altri”, non sia mai davvero scomparso», osserva don Mario. «Mi sembra anzi di rilevare una crescita costante dell’aggressività e, soprattutto, di un certo modo di lamentarsi per le difficoltà della vita. La lamentazione porta con sé la ricerca di un colpevole per le fatiche e i torti subiti: ecco allora il perfetto capro espiatorio, l’ “altro”».
La situazione internazionale e le violenze in Terra Santa folli e inaccettabili – prima, durante e dopo il 7 ottobre – non favoriscono un giudizio equilibrato. La propaganda — che seleziona immagini, parole e silenzi — mette in un angolo l’informazione. Guerre di serie A e di serie B. «Purtroppo non ho visto la stessa empatia, mobilitazione e interesse mediatico per altre tragedie nel mondo», aggiunge il parroco. «Non ci sono state grandi manifestazioni per le decine di migliaia di morti in Iran durante la repressione di inizio anno, né per la catastrofe umanitaria causata dall’instabilità politico-militare in Sudan».
Il decano della “città sul confine” constata un’aggressività crescente a tutti i livelli: «Non vedo disponibilità al conrendersi fronto autentico, al mettersi nei panni dell’altro, al desiderio di incontrarlo. Vedo piuttosto la volontà di distruggerlo. I “bulli” che hanno in mano le sorti del mondo trasmettono oggi questo messaggio».
Un possibile antidoto? «Qualche anno fa, a Bolzano, abbiamo proposto una catechesi parrocchiale dal titolo “Litigare bene”. Da lì è nato il bisogno di approfondire il tema del perdono e della giustizia riparativa. È una fatica, un impegno: senza questo lavoro però si resta fermi, mentre la violenza corre».
Tornando alla kippah e alle reazioni suscitate dall’iniziativa: «Per lo più sono state positive. La maggior parte delle persone ha compreso lo spirito religioso, prima ancora che civile. So anche, indirettamente, che qualcuno si sarebbe aspettato da me una condanna esplicita della politica israeliana». Quel gesto, però, non intendeva essere un’analisi o una presa di posizione di tipo geopolitico, «voleva sottolineare soprattutto l’insostenibilità del clima attuale, che incrina seriamente il diritto alla libera espressione religiosa». «Quello che spero», conclude don Mario, «è che, al di là di tante parole e discussioni, ciascuno cerchi di essere portatore di dialogo, incontro e anche di un “litigare costruttivo” nella propria vita quotidiana».
Scrisse Primo Levi: «Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell’aria. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia ».