L’emergenza climatica, una costante che ci accompagna

La notizia

Dopo la caduta del diedro, che costituì per il paese il tremendo incubo degli scorsi giorni, di fronte alla possibilità di una rovinosa frana dell’enorme quantità di materiale, a tutte le famiglie di Zambana è stato ordinato lo sgombero.

Gli sfollati hanno trovato alloggio a Fai e in altri paesi. I bambini e i ragazzi sono stati sistemati in alcuni Istituti. Il problema dei bambini è stato subito preso a cuore principalmente dalla Pontificia e dell’A.C.

Generosamente si prodigano le autorità per la soluzione dei problemi derivanti dalla situazione.

Il Sindaco di Zambana ha rivolto ai trentini il seguente manifesto: «Il Sindaco del Comune di Zambana, dopo la sventura che ha visto smembrarsi improvvisamente le famiglie rendendo vuoto di vita tutto il paese, si appella alla solidarietà del popolo trentino affinché, partecipando con tutti i mezzi possibili, venga in un certo qual modo alleviato il prossimo duro inverno a chi trovasi senza alcun sostentamento».

Vita Trentina n. 47 del 1 dicembre 1955

Le notizie sui ripetuti crolli di costoni rocciosi lungo i sentieri dolomitici, riportate dai passati numeri di Vita Trentina (cui si possono aggiungere i crolli sulle Pale di San Martino e sui ghiacciai, come in Marmolada nel 2022 con numerose vittime), vanno al di là della cronaca e confermano come l’emergenza climatica non sia un succedersi di eventi episodici, ma una costante che accompagna lo sviluppo umano via via che si intensificano gli insediamenti: e vanno pur ricordati il diedro franato dalla Paganella, che travolse l’abitato di Zambana nel novembre 1955 e il crollo della Torre Jandl, nel Gruppo di Brenta nel luglio 1957, con tre spezzoni che si fermarono a poche decine di metri dal Rifugio Agostini dove si trovava un gruppo di giovani roveretani con don Ernesto Menghini (che quasi in presa diretta raccontò sul Libro del Rifugio la grande paura e il pericolo provvidenzialmente scampato per un soffio).

Sono crolli, disastri, alluvioni che hanno subito un’accelerazione in seguito ad un uso del territorio che è passato da un prelievo di risorse dalla Terra madre ad uno sfruttamento globale che si trasforma in usura distruttiva.

È in questa luce che vanno letti i fenomeni che sempre più violentemente colpiscono gli ambienti di vita, che trovano le loro cause in fenomeni fisici costanti (deriva dei continenti, terremoti, erosione delle rocce per effetto dell’escursione termica fra notte e giorno, estate e inverno), ma che i più recenti consumi e comportamenti umani hanno portato oltre le dinamiche evolutive che hanno plasmato il Pianeta e, probabilmente oltre il disegno creativo che l’ha ispirato, posto che non esiste contraddizione come hanno mostrato le ricerche di Teihlard de Chardin (il grande paleontologo e teologo gesuita) fra l’uomo costruito con particelle di materia (il fango, la polvere del racconto biblico) e il soffio divino con il quale il Creatore gli ha trasmesso lo Spirito, e con questo la libertà, il libero arbitrio che può portare anche alla ribellione, alla trasgressione verso i principi della vita.

Come, sempre secondo il racconto biblico, è poi accaduto all’uomo- adamo, che aveva a disposizione tutti gli alberi del Giardino per coglierne i doni, ma ha voluto strapparne la mela che conteneva in potenza tutti i semi di un’evoluzione naturale armoniosa e che invece, così strappata da chi voleva farsi padrone del bene e del male, dominatore e non custode del giardino in cui viveva, spezzava tutti i rapporti fra uomo e natura, ad iniziare dalla fratellanza fra gli esseri viventi.

Tanto è vero che poi Caino uccise Abele come ancor oggi gli uomini uccidono i fratelli, nelle strade e sotto i bombardamenti, come ancor oggi avvolgono il mondo con i loro veleni, le emissioni che fanno alzare le temperature, alterano il regime delle piogge e provocano lo scioglimento del permafrost che sorregge le montagne, distruggono le foreste equatoriali che danno ossigeno all’atmosfera, inquinano le acque del mare.

Ed ancor oggi sono gli uomini di buona volontà ad essere chiamati, con il loro lavoro, la loro intelligenza e la loro solidarietà a ricostruire quella realtà di armonia perduta. Con fatica, a volte con incomprensioni che portano dolore, ma sempre richiamandosi allo spirito di speranza che ha dato loro la vita.

In questa prospettiva, di consapevolezza e riscatto, nel contesto comunicativo ed educativo in cui opera l’informazione, va anche inteso il convegno nazionale dei settimanali con ruolo diocesano che si tiene in questi giorni a Trento nell’ambito delle riflessioni stimolate dal centenario di Vita Trentina. Un incontro- confronto a più voci, una verifica a dieci anni dall’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, in memoria della Pacem in terris postconciliare di Giovanni XXIII alla quale è collegata, e nell’ottavo centenario della morte di San Francesco che con il suo “Cantico delle creature” scrisse non solo una delle prime poesie in lingua italiana, ma una lode, una preghiera di pace fra cielo e terra, capace di abbracciare tutta la vita, dai primi raggi del sole che sorge a “sora nostra morte corporale”, ristabilendo quindi un’unità totale fra la vita dell’uomo e il suo destino presente ed ultimo, un’unità che nella modernità è stata ribadita e confermata proprio dalle due encicliche papali sulla pace e sulla lode per la Terra, che nella pace trova la ragione della sua creazione e redenzione.

L’importanza della Pacem in terris sta nel mostrare come le emergenze climatiche non derivino solo dalle tecnologie di sfruttamento e consumo di cui l’uomo si è impadronito (lo constatiamo in questi giorni nei quali le guerre in corso, al di là delle migliaia di morti innocenti che provocano, stanno aumentando gli inquinamenti nocivi, causa dei mutamenti climatici, ben oltre le già alte emissioni consumistiche di aerei, camion, mezzi di trasporto, energia).

Il valore della Laudato si’ invece sta nell’aver sanato il “divorzio” fra le “due culture” che attorno alla tutela del Pianeta si sono manifestate. Da un lato quella scientifica che rischia di ridurre il tutto ad una questione di cifre, volumi, impatti e “impronte” misurabili sul territorio, con l’ecologia divenuta settore accademico più che visione di rinnovamento umanistico integrale; dall’altro una visione estetizzante, più che autenticamente spirituale, che denuncia il degrado provocato dall’emergenza climatica limitandosi a rimpiangere la perdita di bellezza e attrattività che i beni perduti comportano.

È una nuova visione di armonia sulla Terra, piuttosto, il tema che il convegno prospetta, un futuro da costruire insieme fra scienza e spiritualità, un Giardino perduto che è ancora possibile ricostruire con una pace ritrovata ed un rispetto per le cose da riproporre non come rinuncia alla libertà, ma come riconquista di armonia. Por fine alle guerre diventa così essenziale come limitare i consumi eccessivi. Al tempo stesso, riconoscere la sacralità della vita naturale non è cadere in un panteismo idolatrico, ma lodare con San Francesco lo Spirito creativo che con il suo soffio l’ha animata. Per cui, come già indicò Rosmini, riconoscere e amare il valore della bellezza non è sentimentalismo, ma riconoscere la perfezione che le cose vere e giuste sanno comunicare. Sforzarsi di ricostruire l’armonia perduta. Che è anche l’impegno del comunicare, il proposito al quale un settimanale come Vita Trentina vuole rimanere fedele.

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