A partire dal 10 aprile prossimo, nelle sale di Palazzo Trentini a Trento, sarà possibile visitare la mostra-progetto “Buried Love” della fotografa Sabrina Shannon Santorum: un’indagine profonda e coraggiosa che, partendo dalle ferite di una genealogia femminile, esplora il concetto di trauma intergenerazionale e la possibilità di spezzarne le catene attraverso l’arte e la condivisione.
“Buried Love” (“Amore Sepolto”) nasce dall’urgenza di dare voce a una storia rimasta muta per sessant’anni. Al centro del racconto c’è la nonna dell’autrice, Graziella, nata nel 1956 in un piccolo paese della bassa Valsugana, cresciuta all’ombra di un padre violento e di una madre incapace di difenderla. Attraverso il recupero di archivi familiari danneggiati, fotografie bruciate e memorie frammentate, Sabrina ricostruisce una matrilinearità segnata da violenza domestica, vergogna e silenzi.
La mostra non è solo una cronaca familiare, ma un’esperienza immersiva che utilizza la fotografia documentaria, l’arte partecipativa e installazioni audiovisive per trasformare la memoria individuale in un messaggio universale. Il paesaggio alpino, sfondo della vicenda, diviene metafora emotiva: una montagna che è al contempo luogo di isolamento e possibile rifugio. “Questa è la storia della mia famiglia e ho scelto di raccontarla perché possa appartenere a tutte” dichiara la fotografa Sabrina Shannon Santorum. “L’obiettivo non è solo rendere visibili eventi taciuti, ma spezzare la catena della reiterazione del trauma. La cicatrice di mia nonna la portiamo tutte. Disinfettarla permetterà finalmente di farle prendere aria, senza più silenzi né paure.”
La mostra mescola diversi linguaggi: oltre ai linguaggi documentari classici è stata utilizzata la performance del documentario, installazioni audiovisive, utilizzo dell’archivio e soprattutto fotografia evocativa e arte partecipativa. ognuno di questi linguaggi trova il suo spazio diversificato nel percorso espositivo. La vicenda storica è ricostruita attraverso le fotografie e alcuni panel informativi che approfondiscono il tema dei traumi intergenerazionali dal punto di vista psicologico, per poi dare spazio al “Manifesto dell’infelicità” che riporta in doppia lingua (dialetto trentino e italiano) alcune delle frasi che testimoniano il contesto di violenza sociale e culturale in cui le protagoniste hanno vissuto e alle installazioni audiovisive che indagano il ruolo della donna in una piccola comunità di montagna e la persistenza di alcune dinamiche nel contesto famigliare. Cuore dell’esposizione è il tunnel, un passaggio sensoriale dove le narrazioni della nonna e dell’autrice si intrecciano, portando alla luce due episodi di violenza. Al termine del percorso espositivo, uno spazio protetto e anonimo consente al pubblico di lasciare la propria testimonianza, trasformando la visita alla mostra in un atto collettivo di disvelamento e di cura reciproca.
Sono previste visite guidate con l’autrice Sabrina Santorum per approfondire la genesi del progetto e “Ascolta Franca”, iniziative di “decompressione” curate dall’associazione Zona Franca, pensate per accogliere le emozioni scaturite dal percorso espositivo in un contesto di ascolto protetto.