«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà»

22 marzo: Domenica V – Tempo di Quaresima A

Letture: Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45

«Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25).

La percezione del proprio limite appartiene all’esperienza profonda di ogni essere umano. Quotidianamente tocchiamo con mano la nostra fragilità e l’impossibilità di afferrare il significato ultimo della realtà. Eppure, la liturgia di questa domenica depone nel nostro cuore un germe di speranza: la promessa di una salvezza che non arretra neppure davanti allo scandalo più lacerante, l’enigma della nostra fine.

Il profeta Ezechiele attraversa insieme al suo popolo uno dei drammi più devastanti della storia d’Israele: la deportazione. La visione delle ossa inaridite raffigura il tramonto di ogni attesa. Con l’esilio si spegnevano infatti non soltanto i sogni di grandezza, ma anche le più umili aspettative di vita fondate sulle promesse divine. Ci si può ancora fidare della parola di Dio? Eppure, ecco l’annuncio inatteso: il Signore strapperà il velo di oscurità, aprirà le tombe e richiamerà i morti alla vita. Non è solo visione del futuro ma memoria del passato: Dio compirà ciò che ha sempre fatto fin dai giorni dell’esodo, perché è un Dio che combatte per la vita, la libertà e la pienezza dell’uomo.

Il racconto di Lazzaro anticipa questo giorno nuovo. Nel vangelo di Giovanni costituisce il passaggio tra il ministero pubblico di Gesù e la sua Pasqua di passione e risurrezione. Le scene si sviluppano in crescendo e il lettore è invitato a entrare nei personaggi per compiere un itinerario che conduce dall’incertezza alla fede nel Signore della vita.

Gesù è presentato come colui che voleva bene a Lazzaro; eppure, ricevuta la notizia della malattia, attende due giorni prima di partire. Perché Dio tarda a intervenire quando l’uomo soffre? Per il momento, ci resta solo un’affermazione misteriosa: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio» (v. 4).

A Marta, che dichiara la propria fede nella risurrezione finale ma esita davanti al sepolcro ricordando i quattro giorni trascorsi, Gesù si rivela come Colui che dona la vita: «Io sono la risurrezione e la vita» (v. 25). Dio non ha voluto la morte e il Figlio è venuto a manifestare il Dio vivente. L’unica condizione richiesta è la fede: chi crede abita già nella risurrezione e non dovrà temere il morire.

Eppure, quando Gesù scorge il dolore di Maria, freme interiormente e scoppia in pianto: il testo greco suggerisce che la sua reazione è dettata dall’indignazione davanti al potere della morte. Il Cristo non predica la rassegnazione ma affronta il male per debellarlo. Le sue lacrime sono la prima risposta alla sofferenza umana, la risposta di un Dio che non ha generato la morte e si addolora per questa ferita inferta al suo progetto di vita. Dio si rende vicino all’uomo, discende là dove ogni speranza è perduta, per trasformare la morte in vita, le ferite nella testimonianza della risurrezione. Per questo, l’ultima parola di Gesù è parola di liberazione: «Scioglietelo e lasciatelo andare» (v. 44).

L’essere umano continua a morire, e la storia è lacerata da violenze, ingiustizie e guerre assurde e tragiche che seminano disperazione e morte. Ma il Figlio di Dio vive tutto questo con noi e ha consegnato a chi crede la certezza che la morte non è la parola definitiva sulla nostra storia: nel buio del sepolcro, possiamo già intravedere il germoglio di un mondo nuovo.

Chiediamoci: quali bende ci imprigionano e attendono la parola liberante del Signore? Sappiamo riconoscere nel pianto di Gesù la vicinanza di un Dio che non ci abbandona nel dolore?

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