In realtà come l’Alto Adige la scuola è campo di battaglia almeno dall’epoca in cui sorsero i nazionalismi di segno opposto. È della seconda metà dell’800 la diffusione delle cosiddette “lotte nazionali”, ovunque in Europa, nell’Impero asburgico e anche nel Tirolo meridionale, Trentino compreso. Che lingua avrebbero dovuto usare le scuole delle zone mistilingui? O delle valli ladine (contese tra l’italiano e il tedesco)?
Per la provincia di Bolzano, pochi anni dopo l’annessione al Regno d’Italia, il governo fascista trovò una risposta drastica: soppressa la scuola di lingua tedesca (con l’eccezione dei seminari), obbligatorio l’italiano come lingua d’insegnamento. Così fino alla Seconda guerra mondiale e alla parentesi nazionalsocialista.
L’accordo di Parigi del 1946 garantì l’insegnamento primario e secondario nella lingua materna. L’Autonomia istituì un sistema scolastico a triplo binario: scuole in lingua italiana, in lingua tedesca e paritetiche per le valli ladine. Lo Statuto di autonomia riformato, all’articolo 19 parla chiaro: “Nella Provincia di Bolzano l’insegnamento nelle scuole materne, elementari e secondarie è impartito nella lingua materna italiana o tedesca degli alunni da docenti per i quali tale lingua sia ugualmente quella materna”. Letteralmente significa bambini di lingua tedesca alla scuola tedesca, di lingua italiana alla scuola italiana. Anche nelle scuole ladine si insegna, ma la lingua materna e “l’insegnamento è impartito su base paritetica di ore e di esito finale, in italiano e tedesco”.
Nel corso dei decenni si sono susseguiti tentativi, anche di successo, di aumentare le ore di seconda lingua, in modo da raggiungere un livello di bilinguismo più efficace. Ma quasi mai si è riusciti a mettere nella stessa aula, in modo consapevole e strutturato, alunni dei due gruppi. Naturalmente la realtà è più complessa della lettera della legge. Da sempre abbiamo bambini figli di coppie mistilingui, quindi con una doppia appartenenza linguistica. Qual è la scuola per loro? E ora, come ovunque, abbiamo alunni di origine straniera, la cui lingua madre non è né il tedesco né l’italiano. Che bambini di una lingua siano stati iscritti alla scuola dell’altra lingua è successo spesso e le ragioni sono state prese poco sul serio.
In questi giorni a Bolzano si parla nuovamente dell’opportunità (negata) di creare classi plurilingui. In Consiglio provinciale si discute di un disegno di legge, presentato dal Gruppo verde nel novembre del 2023, che vorrebbe istituire una “scuola plurilingue come offerta supplementare”. In sostanza si tratta di aprire sezioni plurilingui nelle scuole dove i numeri lo consentono, aperte ad alunni di entrambi i gruppi linguistici. L’adesione a questa offerta sarebbe naturalmente volontaria e dunque non andrebbe a intaccare, se c’è piena libertà, il diritto alla scuola nella propria madrelingua sancito dall’Accordo di Parigi e dallo Statuto.
La discussione in Consiglio provinciale conferma che il peccato originale del nazionalismo – che ha imposto il monolinguismo scolastico prima e dopo la Prima guerra mondiale – diffonde ancora i suoi effetti nefasti. La paura di perdere il diritto alla scuola nella propria madrelingua, l’argomento cardine in questo tipo di discussione dagli anni ’80 a oggi, è ancora attuale, non solo nella destra di lingua tedesca, ma anche nel Partito di raccolta. È vero che per una minoranza linguistica la scuola nella propria madrelingua è un diritto fondamentale. A volte l’ideologia trasforma questo diritto in un fattore identitario, un tabù, un feticcio. Un’arma. Ciò che potrebbe far riflettere è come la minoranza linguistica più piccola del Sudtirolo, quella ladina, viva e si sviluppi anche in presenza di un modello paritetico, con insegnamento in ladino, tedesco e italiano. Le preoccupazioni delle minoranze vanno prese estremamente sul serio. La storia di molte regioni del mondo lo dimostra. Vanno tenute in dovuta considerazione anche le domande delle famiglie che vorrebbero, consapevolmente e liberamente, fare una scelta diversa dalla maggioranza.