Vescovo Alessandro Maria Gottardi, i 25 anni dalla morte

La notizia

“Quando a mezzoggiorno tutte le Campane dell’Arcidiocesi suonarono a distesa, come preludio al memorabile storico pomeriggio…

(…) indossata la cappa magna violacea, raggiungeva il posto, sul lato destro della strada, dove su un piccolo tappeto era stata posta la riproduzione di un dipinto dell’illustre pittore rivano Craffonara, raffigurante San Vigilio, quadro custodito nella parrocchiale di Ala, e ad un ramoscello era stato appeso lo stemma dell’Arcivescovo. Qui si inginocchiava e dopo una fervida preghiera , baciava, commossi lui e tutti quanti gli stavano intorno, la terra. Sono le 14.20.”

Vita Trentina, 16 maggio 1963

La nomina ad Arcivescovo di Trento di mons. Alessandro Maria Gottardi (era chiamato “don Sandro” a Venezia dove era stato vicario generale del patriarca Roncalli prima della sua elezione a pontefice) segnò per la diocesi di San Vigilio la fine di un periodo difficile, di incertezze e dubbi sulla propria identità pastorale e civile. Al tempo stesso la nomina “esterna” venne accolta con un certo smarrimento, quasi che nel Trentino non vi fossero sacerdoti in grado di ricoprire la responsabilità vescovile. Contribuì all’incertezza anche lo stile “diverso” del nuovo presule, derivato non solo dalle riforme del Vaticano II che caratterizzavano quegli anni (la “dismissione” del latino, il drastico alleggerimento delle decorazioni barocche sugli altari …) , ma anche da un atteggiamento personale più austero e riservato rispetto ai suoi predecessori. Di qui il timore che i mutamenti evidenziati dallo stemma (molti si chiesero se il Leone alato veneziano subentrato all’Aquila tridentina, avrebbe saputo volare fra i monti) si traducessero poi nella “rottamazione”, nell’abbandono di tutta la tradizione popolare e sociale che nella storia aveva dato ruolo e identità alla religiosità nella diocesi, unificando anche le tendenze centrifughe di frammentazione dei territori verso richiami e appartenenze diverse: verso le suggestioni (e forse anche fibrillazioni) del mondo tedesco a nord, verso la Lombardia pragmatica e ambrosiana ad ovest, verso la Serenissima patriarcale veneta ad est.

Non fu così. In realtà proprio l’episcopato “esterno”, unito alla profonda consapevolezza teologica e conciliare di Gottardi, al suo tirocinio giovanneo a Venezia, alla sua sensibilità civile anche a fronte delle tensioni di quel periodo storico (attentati terroristici in Alto Adige, crisi della prima autonomia regionale, contestazione giovanile con mutamento di costumi e relazioni) consentì al Trentino di rimuovere alcune incrostazioni di chiusura che si erano manifestate negli anni più recenti, (anche dopo la nomina del vescovo di Bressanone Gargitter ad amministratore apostolico della diocesi) per respirare invece con polmoni rinnovati, liberati, la nuova aria conciliare che pur molti sacerdoti trentini avevano saputo anticipare. Ciò rese possibile anche rilanciare la vocazione ecumenica della Chiesa trentina (dai tre giovani di Cappadocia a Chiara Lubich …) e ristabilire rapporti fraterni con l’ebraismo, sanando le false accuse sul Simonino. É questo forse il più grande merito che va riconosciuto a Gottardi, di aver agito tenacemente e pastoralmente a più livelli , religioso e civile, per consentire al Trentino – alla diocesi di San Vigilio, ma anche alla “seconda autonomia” che in quegli anni stava prendendo forma – di esplicare appieno il suo ruolo di “ponte” fra mondi, non solo fra quello italiano e quello tedesco, ma fra la salda tradizione della religiosità alpina e la post-modernità. Fu un percorso segnato da tappe importanti fra le quali vanno ricordate nel 1964 la ridefinizione dei confini della diocesi con il passaggio dei dieci decanati di lingua tedesca a Bolzano-Bressanone, l’uscita dell’Azione Cattolica dalla proprietà de “L’ Adige” per escludere ogni possibile strumentalizzazione di collateralismo politico, la capacità di resistere alle pressioni anche romane che lo spingevano a “depotenziare” la Messa aperta di don Dante Clauser in San Pietro, il riconoscimento dell’autonomia del settimanale diocesano. “Vita Trentina”, infatti, era stata fondata dal suo predecessore vescovo Celestino Endrici nel 1926 per dare al Trentino una voce libera rispetto alle veline del regime che aveva “soggiogato” la stampa locale, ed egli volle che con la direzione di don Cristelli tale il settimanale rimanesse e non fosse neppure il portavoce del vescovo tanto che le sue omelie e lettere pastorali, a volte complesse, venivano diligentemente riassunte e comunicate alle testate locali (perché poi, se lo ritenevano opportuno, le diffondessero ai lettori secondo i loro criteri editoriali) dall’addetto stampa della Curia, don Armando Costa, puntuale presenza, ogni domenica di primo pomeriggio, nelle redazioni dei giornali.

Proprio don Costa, nel suo fondamentale lavoro sui Vescovi di Trento, scrisse che Gottardi giunse “veneziano” a Trento e che il popolo cristiano della sua Diocesi lo trasformò in “trentino”. Ne danno conferma la carica di energia che gli trasmise la Visita pastorale ai missionari e alle comunità degli emigrati trentini. E i documenti del Sinodo Diocesano, redatti con la collaborazione di mons. Severino Visintainer, costituiscono ancora una bussola per il futuro. Gottardi fu poi uno dei primi, se non il primo, vescovo italiano ad aprire nella sua diocesi un ufficio per la Pastorale della Famiglia, consapevole che sta proprio nella famiglia lo snodo più delicato e critico dei problemi del nostro tempo.

L’ufficio venne affidato a don Sergio Nicolli, che portò poi l’esperienza tridentina a livello nazionale e fu a Gottardi vicino, come segretario, anche dopo la nomina del vescovo ad “emerito” quando si ritirò a San Nicolò (che era già stata la residenza di Montalbetti, coadiutore di Endrici) per poter benedire ogni giorno, dopo le sue preghiere, la città, la diocesi e tutte le sue famiglie. Morì serenamente il 24 marzo 2001 ed in quel giorno dovrà essere ricordato a 25 anni di distanza come merita. La traccia che ha lasciato resta profonda.

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