Fra dubbio e ricerca della verità, un Presidente alle prese con dilemmi etici

Mariano De Santis è un presidente della Repubblica alla fine del mandato, vedovo, giurista e cattolico, chiamato a decisioni difficili – firmare il disegno di legge sull’eutanasia e pronunciarsi su due domande di grazia -, mentre fa i conti con il ricordo della moglie Aurora morta otto anni prima e con il rapporto con la figlia, anche lei giurista e caparbia assistente. “La grazia” (Italia, 2025), scritto, diretto e co-prodotto dal premio Oscar Paolo Sorrentino, presentato alla Mostra del cinema di Venezia 2025, è ispirato dalla cronaca – la grazia concessa da Sergio Mattarella a un uomo condannato per aver ucciso la moglie malata di Alzheimer -, ma a dare voce e corpo ai dubbi è un presidente dai tratti singolari, il premio Oscar Toni Servillo, Coppa Volpi a Venezia come miglior attore e alla settima collaborazione con il regista, in un altro ruolo politico dopo aver interpretato Andreotti ne “Il divo” (2008) e Berlusconi in “Loro” (2018).

Questa volta l’attore protagonista è un uomo anziano, reso vulnerabile dal dolore della perdita dietro la graniticità che gli è valsa il soprannome di “cemento armato”, un capo dello Stato con il corazziere tuttofare sempre al suo fianco che affronta dilemmi morali e personali, “provocato” dalla figlia Dorotea (la brava Anna Ferzetti) e dalla migliore amica, la vivace critica d’arte Coco Valori (ben caratterizzata da Milvia Marigliano), che lo vede ossessionato dal senso di responsabilità.

Cuore della pellicola è il rapporto fra il dubbio e la ricerca della verità, esplorato indagando varie dimensioni dell’amore: quello vissuto da Mariano con la moglie, il cui tradimento lo ha bloccato; quello paterno per la figlia, che gli rinfaccia di non conoscerla; quello fraterno per il migliore amico Ugo, ministro della Giustizia, rovinato dal sospetto che sia stato lui l’amante della moglie; quello dei due detenuti, Isa Rocca e Cristiano Arpa, che hanno ucciso il coniuge in circostanze attenuanti.

Il regista napoletano torna con il suo cinema fatto di dialoghi, frammenti comici, monologhi interiori – Mariano si rivolge ad Aurora in un intimo racconto parallelo, la vena ironica e surreale che fa da contraltare, si consulta con il suo amico Papa, africano, con i capelli rasta e la passione per le moto, scopre la musica rap -, con in sottofondo un motivo musicale insistente, fino a quando la nota del gesto irrituale sblocca lo stallo. Per avvicinarsi alla verità, le leggi non bastano e per Dorotea e Mariano la grazia sarà il coraggio di compiere scelte importanti sulla base di un solo criterio: l’amore.

Non esiste una verità assoluta, oggettiva, ma verità che nascono dal fare i conti con l’umano. Il desiderio di leggerezza sveste Mariano della sua monolitica rigidità anche nel commovente canto con gli alpini, libero di fluttuare come l’astronauta che sorride dopo aver pianto una lacrima.

vitaTrentina

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