Il dono di generare, alzando lo sguardo

Cosa significa, davvero, “generare”? In un’epoca segnata da profonde incertezze, il desiderio di creare qualcosa che sopravviva a noi stessi emerge come un bisogno umano fondamentale. Eppure, il suo vero significato è spesso frainteso, perché la nostra è un’epoca che spesso confonde il prodotto con il processo, il risultato biologico con la vocazione umana a dare forma al futuro.

Questa visione generativa trova la sua manifestazione più evidente e simbolica nell’accoglienza dei bambini, la promessa più concreta per il futuro. La scelta di metterli al centro non è solo uno slogan emotivo, ma un indicatore preciso della salute e della speranza di una società. I piccoli, infatti, sono i maestri dello sguardo sollevato: guardano al mondo con una fiducia e un’apertura che gli adulti spesso dimenticano, insegnandoci a vedere oltre il cinismo e il calcolo.

La Scrittura ci ricorda che i figli non sono un “peso da gestire” o un “rischio da calcolare”, ma un «dono del Signore» (Sal 127,3) che apre alla speranza. Ogni figlio infatti “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” come si legge nell’Amoris Laetitia (AL 166). Gesù stesso ribalta le logiche adulte quando dice: «Lasciate che i bambini vengano a me» (Mc 10,14), insegnandoci che i piccoli non sono solo destinatari di protezione, ma veri e propri «maestri di fiducia, di gratuità, di futuro».

Accogliere questo dono, tuttavia, non è un compito che può essere relegato alla sfera privata; richiede un impegno collettivo, una responsabilità che abbraccia l’intera comunità. La vitalità di una società non si misura dal suo prodotto interno lordo, ma dalla sua capacità di “fare nido”, di creare uno spazio non solo per i propri figli, ma per il futuro della collettività, e renderlo protettivo, unico, riconoscibile, familiare.

Questo vale tanto più per le comunità cristiane, che dovrebbero essere “famiglia di famiglie”, capaci di accompagnare e sostenere, senza giudicare, i genitori che desiderano educare alla fede e dove una giovane coppia o una famiglia fragile non si sentano mai sole. Prendersi cura è l’atto generativo per eccellenza, perché una comunità che accoglie i bambini è una comunità che non ha paura del domani.

La generatività è quindi molto più della genitorialità: è una vocazione “cattolica”, universale, a creare, a curare e a migliorare il mondo. È la capacità di “sollevare lo sguardo” dall’orizzonte ristretto del nostro io per mettersi in una dimensione di servizio, riconoscere l’altro e il futuro che ci è collettivamente affidato. È una scelta che richiede coraggio, ma che fonda la speranza.

Forse allora la vera conversione di cui abbiamo bisogno è questa: tornare a guardare la realtà dal basso, dal punto di vista dei bambini. Chiedere a loro – almeno ogni tanto – come vorrebbero che andassero le cose. Perché una società che impara dai suoi piccoli non perde forza: ritrova umanità.

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