Senza tetto al gelo, Trento chiama Trieste

La nota diffusa dall’Arcidiocesi di Trento, è molto più di una precisazione. Oltre a mettere i puntini sulle i nelle responsabilità sulla chiusura dei dormitori con il meteo superiore a 4 gradi sotto zero, chiede con forza che si possa finalmente scrivere insieme un nuovo capitolo nell’affrontare i rigori invernali che insidiano i sempre più numerosi migranti e richiedenti asilo. Che vada oltre l’emergenza (le misure programmate si rivelano insufficienti) e si fissi come priorità nell’agenda e nella programmazione politica. Trento chiama Trieste.

Proprio a Trieste, infatti, martedì scorso un giovane nepalese è morto per infarto cardiaco dopo una notte al gelo nel Porto Vecchio. Il suo fisico era indebolito, fiaccato dalla sofferta fuga lungo la Rotta Balcanica, la stessa che percorrono tanti migranti che approdano da noi in riva all’Adige e al Fersina. Anche loro – lo confermano i medici volontari del Gris che li visitano nell’ambulatorio del Punto d’Incontro – manifestano problemi di salute, aggravati nella notte dalle temperature polari. Come Sunil altri quattro migranti in Friuli negli ultimi due mesi hanno perso la vita a causa di eventi climatici che si sono rivelati letali per la loro condizione vulnerabile. Ma anche in Trentino – certifica l’Osservatorio nazionale per le persone senza dimora – negli ultimi anni si possono contare altrettante vittime.
Trieste ha ricordato a Trento che si può anche morire di emergenza cronica e che soltanto una programmazione organica può evitare il ricorso a soluzioni semplificate e quindi subito “stressate” davanti alla complessità delle situazioni umane.

Servono tavoli di lavoro congiunti (sui quali qualche passo avanti si è fatto negli ultimi due anni rispetto, va riconosciuto) e anche misure proporzionate, con livelli di responsabilità definiti, competenze specifiche (non dappertutto possono “tamponare” i volontari) e margini di accoglienza dilatati, rispetto ai numeri contingentati messi in campo quest’anno che si sono rivelati insufficienti al perdurare delle bassissime temperature.

Ma torniamo a Trieste, da dove proprio sabato scorso è arrivata attraverso la voce di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, l’accoglienza sperimentata da qualche anno nella “Piazza del Mondo”: là, nel cuore caldo della città portuale diventata rifugio, tanti giovani dopo estenuanti cammini da Paesi come Afghanistan, Pakistan, Siria e Bangladesh hanno trovato chi bendasse le loro vesciche ai piedi, rialzasse le schiene bastonate e curasse le morsicature dei cani guardiani alle frontiere dell’Est.

Grazie alla colorata “Piazza del Mondo” la comunità triestina è stata allertata, è cresciuta, attivando anche in altre città i “Fornelli resistenti”, gruppi di giovani e di scout (tra loro anche trentini) che danno una mano ad accogliere i richiedenti asilo. “Occuparsi dei migranti, accoglierli, permettere loro di andare dove vogliono, non è fare semplicemente del bene, ma è cercare di organizzare forme di vita comune che siano basate sul prenderci cura degli altri”, ha ripetuto l’anziano Gian Andrea, mentre Lorena, psicologa rivelatasi valida infermiera, coglie il buono: “Questi giovani che hanno vissuto al limite con la morte ci rimandano il valore della sacralità della vita. Ci dobbiamo davvero inchinare a loro”.

Pure a Trento, ascoltando i migranti, si capisce cosa vuol dire non chiudere gli occhi sotto zero. “Hai paura che arrivi qualcuno a rubare, qualche persona matta, qualcuno che si avvicina con un coltello. Io sono stato vicino al fiume, in un posto che mi sono creato per me da solo”. Così racconta un giovane marocchino nel libro di Lilli GrigolliInvisibili paralleli” (Edizioni Del Faro) che merita di essere letto per ascoltare le voci dei migranti usciti dal gelo.

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