Vietare tout court o educare? L’impatto dei social sui minori e la via australiana

Il 9 gennaio 2007, sul palco del Macworld di San Francisco, Steve Jobs entrò nella storia con una presentazione destinata a cambiare il mondo. Con il suo stile pacato e teatrale, annunciò che Apple stava per lanciare tre prodotti rivoluzionari: “un iPod widescreen con controlli touch, un telefono cellulare rivoluzionario e un dispositivo Internet innovativo”. Sino ad allora, iPod rappresentava la tecnologia più avanzata per ascoltare musica; il telefono cellulare si era già diffuso ovunque, ma poteva contare su poche funzioni (si potevano scattare delle fotografie e poco altro); per collegarsi ad internet era quasi sempre necessario trovarsi in casa (o in ufficio) per stabilire una connessione attraverso la rete telefonica.

Quel giorno di 19 anni fa, Steve Jobs evidenziò la distinzione di questi tre ambiti e, dopo una breve pausa, annunciò che le nuove innovazioni non erano, come tutti si aspettavano, tre oggetti diversi, ma uno solo. Era nato l’iPhone. Il dispositivo eliminava la tastiera fisica, sostituendola con uno schermo multi-touch; introduceva una navigazione fluida con le dita; portava un vero browser Internet in tasca. Il pubblico capì subito che non si trattava più di un semplice telefono, ma di una nuova piattaforma. Nei mesi successivi, l’iPhone avrebbe spinto l’intero settore a ripensare design, software e interazione uomo-macchina.

Le conseguenze per tutti noi sono state profonde. Lo smartphone è diventato il centro della vita quotidiana: comunicazione, lavoro, informazione, fotografia, intrattenimento e pagamenti si sono fusi in un unico oggetto sempre connesso. Sono nate nuove industrie – dalle app ai social network – e altre sono state travolte. Il modo in cui ci orientiamo, ricordiamo, compriamo e persino ci relazioniamo è cambiato. Quel 9 gennaio 2007 non fu solo la presentazione di un prodotto, ma l’inizio dell’era del “computer personale tascabile” che ancora oggi definisce il nostro tempo.

Secondo i dati della GSMA (l’associazione internazionale che rappresenta l’industria della telefonia mobile a livello globale) nove europei su dieci possiedono uno smartphone e con esso si collegano ad internet. Mai, prima dello smartphone, uno strumento tecnologico era riuscito ad avere un impatto così rivoluzionario nella vita delle singole persone e nella dimensione sociale collettiva. Tutto, però, è arrivato troppo in fretta e senza alcuna possibilità di verificarne l’impatto e misurarne le conseguenze. Soprattutto quelle psicologiche, comportamentali e neurologiche derivanti dall’uso intensivo degli smartphone, soprattutto nei giovani e addirittura nei bambini.

Da qualche anno (ma il dibattito in Italia si è sviluppato soprattutto negli ultimi mesi) diversi Paesi hanno deciso di vietare o limitare l’uso degli smartphone a scuola, soprattutto per contrastare distrazioni, promuovere la concentrazione e tutelare il benessere degli studenti. L’Australia – primo Paese al mondo ad introdurre una simile norma (10 dicembre 2025) – ha deciso di vietare l’uso dei social media ai ragazzi con meno di 16 anni: piattaforme come Facebook, Instagram, TikTok, Snapchat, devono bloccare l’accesso agli account dei ragazzi per non incorrere in pesanti multe. È evidente la novità sostanziale di questa norma: il compito di far rispettare la norma non ricade sulle famiglie, ma l’onere di impedire l’accesso spetta direttamente ai gestori dei social.

“Tutto questo è un atteggiamento illiberale, che toglie alle famiglie il diritto di scegliere ciò che riguarda l’educazione dei propri figli”, è stato commentato da chi ritiene che lo Stato non debba addentrarsi nelle scelte dei genitori: “non servono i divieti, è una questione educativa che spetta alla famiglia”. Rimane, peraltro, la domanda se davvero oggi le famiglie siano in grado di fronteggiare l’impatto – formativo ed educativo – dello smartphone (e dei social) sui propri figli.

La risposta ci viene direttamene da Meta, la società di Zuckerberg che controlla non solo Facebook e WhatsApp, ma anche Instagram, il social più usato dagli adolescenti. Proprio Instagram da alcuni mesi è impegnata in una campagna pubblicitaria per chiedere all’Unione europea di introdurre una maggiore età digitale: “Stabilire una maggiore età digitale, che richieda l’autorizzazione dei genitori per le app utilizzate dagli adolescenti, non solo è appropriato, ma è fondamentale”. Una pubblicità insistente (spot in tv, interventi in radio, paginoni sui quotidiani) che rende evidente l’interesse di Meta (che punta al profitto e non certo all’interesse dei ragazzi) di coprirsi le spalle. Anche nelle cause civili che si stanno moltiplicano soprattutto in Gran Bretagna e Stati Uniti.

Instagram lancia la palla nel campo della famiglia, ma quasi sempre le famiglie hanno altro a cui pensare. Quanti hanno introdotto il “parental control”? Quante associazioni di genitori, scuole, parrocchie o biblioteche si sono mai occupati dei sistemi di garanzia di accesso ai social per i bambini? Forse, davvero, la “strada australiana” non è poi così strampalata. Del resto, oggi un dodicenne non può votare, non può firmare un contratto, non può guidare la macchina, anzi, dovrà sostenere un esame per avere la patente. Ma può stare online tutto il tempo che vuole, visitando siti e frequentando social senza che i genitori – presi da tante altre cose, aperti alle innovazioni tecnologiche, ma spesso non sufficientemente consapevoli dei rischi – abbiano la possibilità di intervenire.

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